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Lina

Maria Cristina Galante

Lina

Lina era una bella bambina dal visetto rotondo e dagli occhietti vispi. Era l’ultima di sei fratelli, cosa oggi inusuale ma assai comune nel dopoguerra:"I figghi su pruvirenza”, così si diceva. Unica femmina era stata accolta con gioia dai genitori, anche se il fatto che fosse venuta al mondo lo stesso identico giorno di suo fratello Salvatore, fu interpretato come un presagio di sventura da sua madre Mariannina: “figghiu nuovu sostituisci chiddu viecchiu”, disse a suo marito Piddu, mestamente un giorno, guardando la bambina. A quasi un anno dalla nascita di Lina, la profezia della madre si avverò! Salvatore, fu ucciso brutalmente da un ubriaco, davanti alla chiesa delle anime del Purgatorio, mentre tornava a casa, sull'imbrunire. Soccorso da un passante, morì in ospedale per la gravità della ferita. A Mistretta, il paesino in cui Lina era nata, si conoscevano un po' tutti, e in molti si mobilitarono per prendere l'assassino, che scampò per poco al linciaggio grazie all’intervento dei carabinieri. Quell’evento, fece calare un velo di tristezza sul cuore di tutti i componenti della famiglia. Inutile dire che la più colpita fu Mariannina, che portò fino alla sua morte il segno delle coltellate che le avevano portato via il figlio. Quando era nata Lina, sua madre aveva quarantadue anni e il padre quarantotto. Una grande differenza d’età la separava dai suoi fratelli, ma la sua nascita sembrava voluta dalla provvidenza. Lina, col suo carattere allegro e i suoi modi schietti, aveva riportato un po' di spensieratezza in famiglia. I suoi fratelli le erano tutti molto affezionati e facevano a gara per occuparsene. Suo fratello Vincenzo, di quasi diciotto anni più grande, amava pettinarle i lunghi capelli la sera, perché: “una signorina deve avere sempre i capelli a posto”, le diceva. Nino e Filippo, rispettivamente secondo e quartogenito, spesso la portavano fuori a passeggiare scorrazzandola per il paese a cavalluccio. Suo padre, Piddu, non tornava mai a casa senza portarle qualcosa da sgranocchiare, un po' di calia, qualche caramella, che nascondeva dentro il panciotto in velluto. Lina puntualmente infilava le manine nelle tasche e dopo aver recuperato il bottino, gli dava un grosso bacio sulla guancia e seduta sulle sue ginocchia sgranocchiava quello che aveva trovato.

La vita del paese scorreva tranquilla, scandita dal lavoro quotidiano in campagna e dalle chiacchiere delle comari nelle botteghe. Si parlava un po' di tutto, matrimoni, funerali, nascite ma i più succulenti erano i pettegolezzi sulle recenti storie di corna, vere o presunte, che a dire il vero non mancavano mai e che riempivano di una qualche novità, le giornate un po' di tutti. Come tutti i bambini dell’epoca Lina spesso giocava per strada coi compagnetti del quartiere San Vincenzo dove viveva, insieme a suo fratello Ciano, di soli tre anni più grande di lei. Si divertivano a giocare nei modi più disparati, ammuccia, scinni ‘ncravacca, e dall’autunno in poi ai nuciddi, gioco nel quale erano entrambi molto bravi e spesso dividevano le nocciole che avevano vinto ai compagnetti. A volte salivano fino alla parte più alta del paese, dove si trovavano i ruderi di un antico castello normanno, e lì, circondati dall’imponente sella dei Nebrodi che con dolce ruvidezza degrada sul mare, immaginavano grandi avventure incarnando gli eroi dei fumetti preferiti da Ciano, Tex Willer, Kit Carson, Blek Macigno, eroi di un mondo lontano, arrivati dall’America insieme alle truppe di liberazione. Anche Lina aveva imparato ad amarli e a fantasticare leggendo le loro avventure. Verso l’ora di cena si ritornava a casa richiamati dalle grida delle madri che, sul ciglio della strada che portava al castello, li esortavano a rientrare.

Il padre di Lina faceva il sensale e per il suo lavoro aveva a che fare con tanta gente anche di una certa posizione sociale. A volte la portava con sé, così Lina aveva avuto la possibilità di entrare in alcune case importanti del paese, una in particolare l’aveva colpita quella del Cavaliere Tita. Era un palazzo imponente, non molto lontano dalla casa nella quale vivevano. Il portone sormontato da un testa di Medusa si apriva su un grande androne. Al piano terra c’erano le stanze della servitù. Una scalinata a doppia rampa portava ai piani superiori. Mentre Piddu parlava con il cavaliere, sua moglie, una donna molto gentile, l’aveva portata in giro per la casa. Le stanze erano grandissime, con dei begli affreschi sul tetto. Ma Lina rimase affascinata dai letti. Erano grandi e sopra c’era una struttura che sosteneva delle lunghe tende che scendevano delicate, lungo i lati del letto. La signora le disse che si chiamavano letti a baldacchino. Tornata a casa, durante la cena aveva descritto entusiasta la bellezza del palazzo, e ad un certo punto brandendo la forchetta con un pezzo di carne sopra aveva esclamato: “Puru iu vuogghiu u liettu a baldacchinu.” Tutti risero divertiti, “Si si, mancia e allibertiti, c’amu a lavari i piatta!” Le disse la madre divertita, smorzando l’entusiasmo della bambina che con una smorfia si era seduta e aveva finito il pasto.

I giorni di festa erano poi un evento atteso con trepidazione da tutti i bambini vuoi per la felicità della festa, vuoi perché si potevano mangiare i dolci, che all’epoca si consumavano prevalentemente nelle grandi occasioni. Una delle poche cose che Lina e Ciano, riuscivano ad ottenere ogni tanto, era comprare dieci lire di crema bicolore, che a putiara metteva in un foglio di carta oleata e che i due si affrettavano a portare a casa, saltellando come due grilli sulle strade di ciottolato, che, come lucidi serpenti attraversavano, allora come ora, tutto l’antico paese.

La prima grande festa si svolgeva il 18 Agosto in onore di San Sebastiano, il protettore del paese. Santo amatissimo e veneratissimo, confidenzialmente Sammastianuzzu, è il depositario di tutte le richieste dei mistrettesi. La splendida statua del Santo realizzata da un’artista locale, Noè Marullo, era portata a spalla, a passo sostenuto per tutto il paese da ferventi devoti, che letteralmente si litigavano il posto, ed ancora oggi portare il fercolo è considerato un onore. A Settembre, si celebrava la festa della Madonna della Luce, durante la quale, si portava in processione un simulacro della Madonna “scortato” da due giganti guerrieri, Mithia e Kronos portati a spalla. Lina e Ciano, gelato alla mano, cercavano sempre di accaparrarsi i posti migliori per veder ballare questi imponenti giganti in vetroresina, che i portantini grazie alla loro abilità, facevano muovere al ritmo delle varie musiche suonate dalla banda locale. Poi a Novembre la commemorazione dei defunti, festa molto importante in Sicilia. I dolci dei morti erano i Tetù, soffici biscotti ricoperti di glassa al cioccolato o al limone, e la frutta martorana. Il due Novembre i più piccoli ricevevano il regalo dei morticini, una cesta con diverse cose da mangiare: frutta secca, qualche dolcetto e a pupa i zucchero, che Lina aspettava con ansia. Si trattava di statuine di zucchero raffiguranti i paladini di Francia, ballerine o altri personaggi tipici del teatro dei pupi, che erano molto amate dai bambini, che ci giocavano trangugiandone contemporaneamente qualche pezzo. Lina amava anche molto il Natale, non per i regali, che in Sicilia si ricevevano solo per la festa dei morti, lei adorava l’aria di festa che si respirava in giro. C’erano le vacanze di Natale e si poteva stare fuori casa coi compagnetti anche durante la mattina, e poi c’erano gli zampognari che giravano per i vicoli del paese suonando i canti natalizi. Sua madre preparava i dolci tipici del periodo i ucciddati, dolci ripieni di fichi, mandorle, noci e nocciole, e la pasta reale. Spesso la sera, in casa si passava il tempo a raccontare storie o a proporre ‘nniminagghi e dubbi, entrambi da indovinare ma mentre il contenuto dei ‘nniminagghi era solitamente frivolo e tendeva al doppio senso, il dubbio era invece un vero e proprio enigma da decodificare. Tutti seduti intorno al braciere, si partecipava attenti e desiderosi di indovinare per primi la soluzione, figuriamoci i bambini! La sera di Natale tutti ben vestiti, si mangiava pesce, il baccalà la faceva da padrone, cucinato a’ ghiotta, accompagnato dal vino che il padre di Lina produceva nel piccolo podere che avevano nella campagna circostante e si concludeva con i dolci fatti dalla madre. C’era sempre un po' di imbarazzo per le feste, Mariannina infatti era solita apparecchiare anche per il figlio mancante e questa cosa immalinconiva tutti, anche i più piccoli. Piddu, che aveva un debole per la piccola Lina, quando si terminava di mangiare, la esortava ad andare a dormire per qualche oretta, perchè a mezzanotte sarebbero andati a vedere U Bamminieddu ca nascia! Lina tutta contenta obbediva, e si coricava vestita, per essere subito pronta non appena il padre l’avesse svegliata. A ridosso della mezzanotte Piddu indossava il pesante scappularu, e si incamminavano verso la chiesa madre. Mariannina non andava si sarebbe recata in chiesa l’indomani, di mattina presto, quasi che se l’avessero vista in mezzo alle luci serali della festa, qualcuno potesse tacciarla di aver recato offesa all’anima del povero Salvatore. Le luci dei grandi lampadari della cattedrale sembravano far risplendere tutta la chiesa, e mentre si svolgeva la funzione, Lina cantava, guardando a tratti la gente che pregava e gli altari pieni di fiori. Il bel bambinello paffuto troneggiava accanto all’altare, sorridendo sereno. Quando la messa finiva, si avvicinava all’altare per recitare una preghierina. Poi il padre la portava un po' in giro per sentire gli zampognari. A Lina piaceva così tanto, e quando si accorgeva che la bambina era stanca, Piddu la metteva in braccio e pian piano ritornavano a casa accompagnati dal suono delle zampogne e dei cicali, che con il loro stridulo suono allietavano rumorosamente la nascita del bambin Gesù!

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