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YUKI E LA FATA DEI BOSCHI

e Loreta Marchione (foto di Yuki) Antonietta D'Orazio (foto Torre e ginestre)

YUKI E LA FATA DEI BOSCHI

Su un pianeta lontano nacque un giorno un cristallo di neve, piccolo, così piccolo che gli altri esseri viventi facevano fatica a vederlo. Erano così diversi dagli umani in quei posti in cui c’erano altre vite nella galassia. Lì non esisteva freddo o caldo, pioggia, vento ma solo forme e disegni animati, fu così che un giorno quella forma di cristallo di neve uscì fuori dalla grande matita che disegnava. Accadde una cosa: l’orbita di quel pianeta fu attraversata da meteoriti che attrassero alcune forme, bruciandole. Il piccolo cristallo di ghiaccio invece, venne espulso dalla superficie incandescente, fu portato via da una corrente potentissima e entrò nell’atmosfera terrestre, fu riconosciuto dagli altri cristalli di neve. Iniziò a girare, con gli altri fiocchi, in una tormenta che ne vide a miliardi, vorticare e poi volare, verso una montagna in Italia. Dall’alto i fiocchi di neve videro i paesi di Goriano Sicoli e Cocullo, lontano, la vetta del Gran Sasso. Il fiocco scese per una folata di vento improvvisa, volò a Cocullo, vide la torre medioevale, il santuario di San Domenico; c’era una casa grande e il fiocchetto la guardò, vicino c’era una bellissima fontana medioevale con un freschissimo getto d’acqua. All’improvviso, il vento tirò forte, dal basso, riportandolo verso il Curro, un colle posto al di sopra del piccolo paese dei serpenti ed il fiocco di neve vide una meraviglia: un regno verde che si allargava sulla destra di una galleria. C’erano alberi bellissimi, faggi, noccioli, carpini, cardi piatti e viola, come grandi girasoli schiacciati sulla terra, animali e piante rari. Con altri fiocchi di neve si fermò e si posò sulla cima di un abete profumatissimo. Tutto era nuovo per il fiocco di neve: la neve che aveva composto con gli altri cristalli gli sembrava un miracolo, candida e soffice, quando diventò tanta, la cima dell’abete iniziò a dondolare, era divertente per lui ed i suoi amici quell’altalena, un gioco che gli permetteva di volteggiare su un mondo verde e profumato. Piano piano arrivò il sole, la neve iniziò a sciogliersi, diventando liquida e trasparente, il nostro fiocco diventò una goccia bella e brillante, alla base dell’abete, portando con se’ il profumo di cera dell’albero. Finì tra radici forti e marroni e una coperta di foglie di mille colori. La luna piena si alzò su Pietrafitta, iniziò ad illuminare anche il bosco e la faggeta di Colle di Merzo. La notte era lì coi mille versi di animali notturni, gli scoiattoli scappavano da un ramo all’altro in cerca di qualche mirtillo o frutto, i rapaci iniziarono a cacciare, appollaiandosi ogni tanto sui rami coi grandi occhi sui corpi tozzi, pieni di piume corte e morbide, i cervi passavano e il grande orso bruno usciva dalla tana per mangiare, facendo frusciare tutti i cespugli ed i rami. La famiglia di lupi che abitava lì usciva dalla tana perlustrando le colline e ululando. L’orso aveva i fratelli lì vicino, passavano di là per andare a cercare cibo verso la valle, quel bosco era ricco di tante vite diverse. Dalla luna una musica si diffuse in tutto il bosco: era quella delle fate e dei folletti che, di notte, popolavano i boschi. La goccia chiese ad un leprotto cosa fossero fate e folletti, così seppe che erano entità che esaudivano ogni desiderio, iniziò ad immaginare che anch’essa avrebbe incontrato qualcuno a cui confidarli. La luna era grande e le gocce sugli alberi brillavano come le stelle nel cielo, era un mondo fatato, così bello che la goccia desiderava restare lì, sempre. Così passò tutto l’inverno, la neve, il gelo ed il ghiaccio facevano vivere alla goccia diversi stati, alternando l’essere liquida al tornare fiocco di neve, finché una mattina vide un ragazzo saltare su un cespuglio e alzarsi, con un bel serpente in mano. “Massimo perché fai questo?”, chiese. “Prendo il serpente più bello per offrirlo a San Domenico, così mi ha insegnato mio padre Mario e prima di lui, nonno Gennaro”. La goccia restò sorpresa dalla velocità con cui la mano del serparo aveva afferrato l’elaphe, intanto il ragazzo accarezzava quel serpente, mettendolo in un sacchetto di stoffa. Qualche giorno dopo gli alberi fiorirono, la goccia era penetrata nel terreno e da lì sentiva le radici dei fiori che l’attorniavano. Una mattina, tornata come brina su un filo d’erba, sentì il vento di primavera e fu accarezzata dai petali di mandorlo, tondeggianti, di un rosa pallido, alcuni più rosa e, insieme, formavano un piccolo tappeto impigliato sul prato, sotto ai pini. Arrivò una famiglia: papà, mamma e una bambina, i tre si sedettero su un plaid steso sul prato e mangiarono un panino, vicino ad un mandorlo. “Benvenuta Primavera!” Disse la bambina al mandorlo fiorito che rispose: “Ecco la fata dei boschi, ti farà una ghirlanda tra i capelli ad ogni primavera”. La goccia guardò bene e vide una sagoma meravigliosa uscire dal bosco, era una ragazza bellissima, mora, i capelli raccolti in trecce legate ed un vestito fatto di muschi, licheni e pigne la copriva totalmente dal freddo. La fata dei boschi dalle labbra rosse disse alla bambina: “Dimmi un tuo desiderio e lo esaudirò”. La bimba pensò qualche istante e la goccia, approfittando del momentaneo silenzio, disse: “Fata del bosco, vorrei restare sempre qui, ci sono arrivata quando ero un fiocco di neve, da un’altra galassia.” “So tutto di te,” disse la fata tutta verde. “Resterai qui allora, perché so che hai dissetato gli animali, hai bagnato la terra, dato acqua alle radici, ai fiori e non hai mai perso il tuo candore”. “Anch’io ho un desiderio, voglio cambiare nome” disse la bambina. “Che nome vuoi?” chiese la fata dei boschi ma la bambina non rispose. “Bene”, disse la fata, “ ti chiamerai Yuki, che significa fiocco di neve”. Fu così che un fiocco di neve diventò amico di una bimba, bella come la luna piena, sorridente come il sole e che ballava leggera come quel fiocco danzante d’inverno. La felicità è grande anche quando nasce da un piccolo fiocco di neve. PATRIZIA MANNI

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