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Uno Scialle Sul Fiume Temo

Maria Lidia Petrulli

  1. In coda all’imbarco del porto di Tolone, Aliena si accorgeva appena delle auto intorno. L’avanzare lento delle macchine verso il garage del piroscafo era un film muto. L’oscurità del ventre della nave un’incognita che non le suscitava curiosità.
  2. I volti degli altri conducenti, il cicaleccio eccitato dei passeggeri, l’abbaiare dei cani al seguito, le sfilavano accanto come ombre. Gli occhi incollati all’orizzonte crepuscolare, Aliena percepiva la spuma che increspava l’acqua, lo sbandare ritmico dell’auto sotto le sferzate del maestrale, l’odore salmastro che entrava attraverso il finestrino aperto.
  3. Dietro gli occhiali scuri, lo sguardo rifletteva un bagaglio di emozioni contrastanti. Il pensiero viaggiava su onde sonore impercettibili, anestetizzato dalla consapevolezza di non sapere dove stesse andando.
  4. La risvegliò il rumore sferragliante degli pneumatici sulla passerella di metallo. Allora, per la prima volta, Aliena parve rendersi conto di muoversi verso un futuro di cui non sapeva nulla, un futuro scelto per caso, che avrebbe potuto rivelarsi una barca che forse non sarebbe riuscita a governare. Il cuore le batté più forte e strinse le mani intorno al volante come volesse stritolarlo. Si aggrappò alla propria volontà, trasformata in una corda appesa su un soffitto immaginario, seguì le indicazioni del personale di bordo. Si inerpicò su una, due e tre rampe, arrancando faticosamente su quella stessa corda, girò intorno a un pilone, poi avanzò sino ad accodarsi a un’altra macchina di cui non avrebbe saputo dire che colore avesse. Tirò il freno a mano.
  5. Afferrò una sacca e si arrampicò su per la scaletta, poi si chiuse in cabina e ne uscì il mattino seguente, all’arrivo in porto. A Porto Torres.
  6. Efisio Zoncu, postino di Monteleone Rocca Doria, stirò il collo lungo e secco nel tentativo di scorgere qualcosa oltre l’uscio. Aliena Bacconnier, la penna ancora in mano sul cartoncino da firmare, si fece di lato in modo da aprirgli la visuale e risparmiargli un torcicollo serale.
  7. «Se vuole può entrare, signor Zoncu» gli disse con l’accento nasale e la erre moscia. «Posso offrirle un bicchiere d’acqua o un’aranciata, e lei potrà essere sicuro che a casa mia non nascondo cadaveri e neppure pozioni velenose, ma che ci sono solo album e tubetti di colori. E poi di sicuro questa casa la conosce bene. Lo sa che non c’è cantina, per cui un cadavere potrei nasconderlo solo nell’armadio o sotto il letto, e penso proprio che non lo sopporterei, puzzerebbe troppo.»
  8. Fisiettu, come lo chiamavano tutti a causa della piccola statura, colto in fallo, si ricompose. Aveva le orecchie arrossate appena e un sorriso stampato sulla faccia dove il tempo aveva inciso poche ma profonde rughe, di quelle che caratterizzano un carattere incline al buonumore. Per tutta risposta mormorò un timido “no, mersì”, nel tentativo di fare cosa gradita alla straniera che si era installata in paese un mese prima, chiedendosi come mai fosse così alterata; poi rimise sul cranio pelato il berretto che si era tolto, prese il cartoncino firmato, inforcò la bicicletta e ricominciò il suo giro dopo un rapido saluto.
  9. Aliena lo guardò allontanarsi. Si disse che quella stessa sera, le sue parole sarebbero state motivo di speculazione, interpretazione e commenti dei centosette abitanti del paese. La collera si fece largo fra le labbra senza che neppure se ne accorgesse.
  10. «Ma che cacchio hanno tutti quanti? Sembra che abbiano a che fare con la fidanzata del diavolo! Non la capisco proprio tutta questa diffidenza!» sbottò al limite della sopportazione. E diede una spinta troppo forte alla porta di casa.
  11. In quel primo mese di permanenza, combattendo contro il malumore che la portava a rinchiudersi in sé stessa, Aliena aveva cercato di abbattere il muro che gli abitanti di Rocca Doria avevano eretto fra lei e loro. Aveva rivolto saluti, sorrisi o una parola, chiesto informazioni alle persone anziane che incontrava per la strada o nei pochi negozi, ma non era servito a nulla. Dopo una risposta cortese e risicata, l’interpellato si allontanava sempre nel modo più rapido possibile.
  12. A quel punto, si era limitata a brevi cenni del capo, accompagnati da occhiate fuggevoli che sfioravano appena le persone che incrociava. Aliena aveva dovuto mordersi la lingua parecchie volte per non esplodere in un “ma va a quel paese!”.
  13. Mentre la vibrazione della porta sbattuta si smorzava, Aliena rimase immobile a contemplare il pacchetto che il signor Zoncu le aveva consegnato. Lo aveva ordinato una settimana prima, nella speranza che il suo contenuto la salvasse dall’apatia che non l’abbandonava.
  14. Poggiò il pacchetto e bighellonò per il salotto. Lo sguardo scivolò sul grande tavolo di noce. I fogli di carta e gli album erano sistemati in alte pile, mentre i pennelli giacevano l’uno di fianco all’altro come i soldatini di piombo di un bambino d’altri tempi. I tubi di colore erano pigiati nelle scatole di legno col coperchio sollevato. I recipienti per l’acqua e per i colori erano anch’essi impilati, vuoti, puliti.
  15. Il materiale da lavoro era estraneo a quel momento della sua vita.
  16. L’unico utilizzo di quel tavolo era limitato all’estremità rimasta libera, apparecchiata con una tovaglietta decorata a fiori di lavanda, dove la donna consumava colazione, pranzo e cena, e talvolta un tè.
  17. Si disse che quel presente senza tempo le piaceva nonostante tutto. Che era quello che voleva.
  18. Aliena si avvicinò alla grande porta-finestra che dava sulla terrazza e lasciò vagare lo sguardo sul fiume Temo e il suo paesaggio, su quell’eremo ai confini del mondo che era Monteleone Rocca Doria.
  19. Seguì le forme sinuose del lago. Dove il cielo autunnale e le colline si specchiavano quasi senza distorsioni. Con gli occhi incollati sul paesaggio, immaginò il mare oltre le pianure e le vallate, le parve di udire il mugghiare delle onde sollevate dal maestrale.
  20. «Peccato che questa volta l’alchimia non funzioni.» La sua voce rimbombò nella casetta in pietra su due piani di via Fontana, in cima alla collinetta rocciosa che accoglieva il borgo silenzioso, raccolto intorno alla cappella dei Doria e alle rovine del loro castello.
  21. Quando aveva lasciato Tolosa per quel villaggio ai confini del mondo, Aliena aveva sperato che la lontananza dalle inquietudini cittadine e dalle proprie le restituisse la vitalità che aveva perso. Invece, era riuscita appena ad avventurarsi con fatica lungo il Belvedere. In quanto alle inquietudini cittadine, erano state sostituite da quelle provocate dal comportamento dei paesani.
  22. Quando non ne poteva più della solitudine e il desiderio di relazioni umane prendeva il sopravvento, raggiungeva piazza Convento e l’unico bar con la sua piccola biblioteca, per intavolare un’innocua chiacchierata sul tempo con la proprietaria intanto che aspettava il caffè ristretto o il cappuccino. La donna che gestiva il locale era l’unica che non l’avesse mai guardata in modo sospettoso. L’aveva anche invitata a prendere in prestito qualche libro e a scoprire le opere di Grazia Deledda cui la biblioteca era intitolata, ma Aliena non ne aveva mai avuto voglia. Per pura cortesia, aveva sfogliato qualche pagina, finto di leggerne una riga o due, e rimesso a posto l’opera in questione con la scusa di non avere tempo perché troppo impegnata a portare avanti il suo lavoro.
  23. Preferiva immergersi nelle stradine solitarie come lei, sperando di non incontrare nessuno, soprattutto nessun saluto o sguardo diffidente.
  24. Aliena prese il pacchetto, aprì la scatola e ne estrasse il contenuto: tre blocchetti per schizzi e diverse matite, dure per i tratti decisi, morbide per le sfumature.
  25. L’idea di dedicarsi al disegno in bianco e nero le era venuta osservando le stradine e gli anziani del paese, recuperando così una passione giovanile che aveva abbandonato per decorare carte.
  26. Prese due sedie e le avvicinò alla porta-finestra. Sistemò il materiale appena arrivato su una delle due e si sedette sull’altra. Cercò di concentrarsi sui chiaro-scuri di quella giornata senza ombre, sui raggi dorati che si aprivano un varco fra gli angoli bui che si portava dentro, finché la sua attenzione non fu catturata dal volo degli stormi che, alle porte dell’inverno, partivano per regioni più calde.
  27. Aliena osservò incantata le migliaia di uccelli che volavano in formazione. Gli stormi mutavano in continuazione forma. Disegnavano il cielo con un elegante moto oscuro, a vela, a trapezio, oppure a onda. A volte erano così compatti da oscurare il sole. Parevano inseguirsi, l’uno dopo l’altro. Senza sosta. La donna era sorpresa dalla sicurezza della loro danza, dall’istinto che li guidava là dove avrebbero vissuto al meglio i mesi successivi. Avrebbe voluto averlo anche lei, quell’istinto.
  28. La sua mano afferrò una matita e iniziò a tracciare segni sul taccuino.
  29. Il disegno finì col catturarla. Così, per qualche ora, il passato ingombrante, il piano messo in atto con tanti scrupoli, le bugie raccontate e le verità omesse, l’ostilità del paese, furono accantonati. Almeno per una volta. Almeno per quel breve tempo. Come un intervallo fra una scena e un’altra.
  30. Nel tardo pomeriggio sfogliò i disegni. Constatò che avrebbe dovuto esercitarsi non poco per recuperare l’antica abilità, ma pensò anche che con blocchi e matite le sarebbe stato forse più facile andare al Belvedere o visitare qualche posto.
  31. Liberò i capelli bianchi. Passò una crema alla calendula sulle mani arrossate. Preparò una tisana e una cena frugale. Si rilassò un poco. Allora, quel che si era lasciata alle spalle per rifugiarsi a Monteleone Rocca Doria ebbe libero accesso al calderone dei suoi pensieri, e dal calderone prese forma un intrico di arrovellamenti ampiamente oscillante fra picchi e bassi.
  32. Per sfuggire al proprio rimuginare accese il computer, il cui brontolio riempì il silenzio della stanza. Aliena attese pazientemente che schermo e icone si stabilizzassero per iniziare a navigare in internet.
  33. Fece un giro senza interesse su Facebook, un solitario, affrontò con fatica i tre diversi indirizzi di posta elettronica, scorse le mail di suo marito, delle amiche e di lavoro, lesse l’oggetto delle mail e, come aveva già fatto nel corso di quel mese, piazzò il puntatore sull’icona del cestino e le cancellò senza prima leggerle.
  34. Il buio era calato su Monteleone Rocca Doria, solo il verso di qualche cinghiale risaliva dalla vallata, e il vento che aveva ripreso a soffiare. Aliena ebbe difficoltà ad addormentarsi.
  35. CAPITOLO II
  36. Il mattino seguente, Aliena si recò di buon’ora all’ufficio postale. Si mise in coda dietro gli sguardi degli anziani abitanti di Rocca Doria.
  37. Pensò che, merda! Era veramente stufa di essere guardata come se fosse l’uccello del malaugurio o, che diavolo ne sapeva, come se fosse lì per lanciare una maledizione su tutti quanti!
  38. La cosa la faceva inviperire.
  39. Era giorno di ritiro pensioni, per cui la fila era lunga. Aliena fissò i vecchietti in coda, silenziosi come non sarebbero stati se lei non ci fosse stata, con la fronte corrucciata come la superficie del mare quando c’è vento e si sta per scatenare una tempesta. Anche loro la osservarono, ma con la coda dell’occhio, sperando che non se ne accorgesse. Le traiettorie degli sguardi si incrociavano appena.
  40. Per allontanarsi dall’incubo della situazione, la donna si concentrò sul ricordo di com’era arrivata in quel paesino, trovato dopo una ricerca durata mesi, sui villaggi più fuori dal mondo esistenti nell’Europa mediterranea. Di andare a smaltire la propria rabbia in un igloo al Polo Nord, non ne aveva avuto voglia. Inoltre, a nessuno sarebbe mai venuto in mente Monteleone Rocca Doria, dove la vita sembrava essersi fermata a cinquant’anni prima.
  41. Quel che le piaceva maggiormente del paese era l’assoluta assenza di chincaglieria umana e non. Peccato che la bellezza della situazione fosse controbilanciata dalla diffidenza e dal timore che trasparivano senza equivoci dal comportamento dei paesani.
  42. Arrivato il suo turno, si fece fare una carta Post Pay poiché la propria ricaricabile era scaduta, stirò le labbra in una parvenza di sorriso che, nelle sue intenzioni, avrebbe dovuto essere rassicurante per l’impiegata non più giovane – che faticava a staccarle di dosso lo sguardo stralunato – rivolse un cenno del capo alle persone in fila, e infine si allontanò, la falcata lunga e l’animo pesante.
  43. Prima di rientrare a casa passò al bar per acquistare un po’ di pane, poi riprese il cammino.
  44. «Buongiorno!».
  45. La voce stridula alle sue spalle la fece sobbalzare. Aliena si voltò. Una donna anziana cercava di raggiungerla e lei si fermò ad aspettarla.
  46. «Buongiorno.»
  47. Aliena non ricordava di avere mai incontrato la signora vestita di nero, con uno scialle ricamato sopra le spalle e il foulard annodato a coprirle il capo. La gonna plissettata cadeva dritta sui fianchi asciutti, lasciando scoperte soltanto le caviglie inguainate nei collant spessi che sparivano in un paio di mocassini con i lacci.
  48. La donna la affiancò continuando a camminare. Aliena adeguò il proprio passo al suo.
  49. «Vi siete abituata alla vita di paese, signora Bacconnier?».
  50. «Abbastanza» rispose cauta l’interpellata, domandandosi a cosa dovesse l’improvvisa caduta del muro fra lei e gli abitanti di Rocca Doria. «Non credo di conoscerla, lei è la signora?».
  51. «Annalisa Noria, abito in piazza. Non ci siamo mai incontrate ma la vedo passare, di tanto in tanto.»
  52. «Piacere» rispose Aliena, senza sapere cos’altro dire.
  53. «Noi non siamo contro i forestieri» disse la signora Annalisa, «il paese si spopola, abbiamo bisogno di voi giovani, oppure questo posto muore, e noi non vogliamo che succeda perché Rocca Doria ha una grande storia e non è giusto che venga dimenticata. Non la conoscono neppure tanti sardi, sa?.»
  54. Aliena seppe solo annuire.
  55. Annalisa Noria la guardò sollevando il capo. Gli occhi, di un azzurro reso acquoso dall’età e da una cateratta, si fissarono in quelli della donna venuta da lontano. «Lei è tanto strana, sa? Può sembrare molte cose.»
  56. Aliena non comprese. La signora Noria spiegò: «Nessuno qui ha mai visto una persona come lei, non so se mi spiego.»
  57. Aliena si fermò di botto. «No, non si spiega» disse guardando dritto negli occhi la sconosciuta. E istintivamente fece un passo di lato, allontanandosi da lei.
  58. Quest’ultima tese un braccio a sfiorarle la mano. Un gesto rassicurante che calmò la voglia di scappare che stava minacciando di gonfiare di lacrime gli occhi di Aliena.
  59. «Non si deve offendere, signora Bacconnier. Dove abita lei, magari siete tutti così, ma da noi, persone tanto alte, coi capelli bianchi che non sono quelli di un anziano, la pelle che pare trasparente e un occhio grigio e l’altro azzurro, mai ne abbiamo viste. E poi se ne va in giro sempre tutta coperta come le donne arabe che si vedono alla televisione, pure se c’è il sole; esce solo di sera o di mattina presto. È un comportamento strano, non lo crede anche lei? Può capire quanto sia difficile per della gente come noi trovarla “normale”. Scusi il termine.»
  60. Aliena si fermò, abbassò il capo e si strinse nelle spalle.
  61. «Sono albina, una forma parziale ma comunque importante.»
  62. «Io non lo so che vuol dire albina, mi dispiace.» La signora Noria congiunse le mani sopra il petto, con intorno agli occhi le rughette di una persona un po’ perplessa.
  63. «L’albinismo è una malattia genetica. Mi manca quella sostanza che permette di abbronzarsi e di proteggersi dal sole, si chiama melanina. È la ragione per cui sono costretta a coprirmi come una suora e perché esco nelle ore in cui i raggi solari sono meno forti. Adesso che siamo in autunno va molto meglio, anche in primavera, ma l’inverno è l’unica stagione in cui posso fare una vita “normale”, come dice lei.»
  64. «Da noi, solo streghe e spiriti, e talvolta le Janas, hanno il suo aspetto.»
  65. Aliena sgranò gli occhi.
  66. «Non si preoccupi» riprese la donna anziana, «mi dia qualche giorno, il tempo di chiedere a mio nipote di cercare questa malattia su quell’aggeggio dove si trova tutto… Come ha detto che si chiama?».
  67. «Albinismo. E l’aggeggio cui si riferisce immagino sia il computer.»
  68. «Giusto, computer, me lo scordo sempre. Ha detto albinismo. Faccio girare la notizia in paese, vedrà che dopo andrà meglio. A me dispiaceva vederla così sola. Sa, qui tutti vecchi siamo, e a Rocca Doria molte cose non le sappiamo. A volte, il mondo di fuori sembra tanto lontano qui da noi, ma mica solo i posti esotici! Mi pare che si dica così. Anche il continente. E qualche volta pure Cagliari. Si figuri! Sassari è più vicina. Ma vedrà che adesso tutto cambia, dovevamo chiarirci questo dubbio. Non si scherza con streghe e spiriti. Ora devo andare. Grazie per la chiacchierata e venga a prendere un caffè quando vuole, sarà un piacere. Chieda di Annalisa Noria in piazza Convento, lo sanno tutti dove abito.»
  69. La donnina si allontanò, il passo corto e la gonna oscillante, seguita dallo sguardo bicromatico di Aliena.
  70. Questa si ricordò di quando i compagni di scuola la prendevano in giro chiamandola fantasma o spettro. Si rese conto che a Monteleone Rocca Doria la faccenda era più seria. Rifletté che per i vecchi abitanti del paese non doveva essere molto rassicurante credere di avere alla porta accanto una straniera che poteva essere una strega o uno spirito malvagio.
  71. Chiedendosi cosa diavolo fossero le Janas, prese la via di casa a passo svelto, con la frenesia quasi incontrollabile di schizzare un ritratto di Donna Noria in bianco e nero.
  72. CAPITOLO III
  73. Quattro giorni dopo, il diciassette ottobre, Aliena se ne stava immobile sulla porta di casa davanti al postino Fisiettu Zoncu e alla busta che le porgeva. L’ometto tossicchiò, attirando su di sé lo sguardo bicromatico della donna.
  74. «Il paese la invita alla festa del ventisei ottobre. Ci sarà la messa e poi una festa in piazza: adesso che sappiamo che non esti bruxia, può venire.» Il sorriso stampato fra le rughe da buontempone, Fisiettu la fissò con espressione innocente.
  75. «Bruxia?» domandò Aliena.
  76. «E mi dimentico io che esti forestiera» rispose candidamente il postino, «bruxia, strega vuole dire, e le bruxie in chiesa non ci vanno. Ma voi albina siete, poverina, neppure al sole potete stare, come i pipistrelli. E i vampiri. Le bruxie anche vampire sono, a volte, ma voi esti albina, io non sapevo che esistessero malattie che non fanno abbronzare.»
  77. Aliena annuiva con la testa come un pendolo a cucù.
  78. «Grazie» riuscì a spiccicare.
  79. «Non esti nudda, un piacere sarebbe se veniste. Il ventisei ottobre, ricordate, e dopo la messa, in piazza ci saranno le launeddas, l’organetto, i dolcetti e il vermentino; tutto fatto in casa, tutto di proprietà, s’intende.»
  80. «S’intende» ripeté Aliena senza cessare di annuire. «Il ventisei ottobre.»
  81. «Buona giornata, signora Aliena, e “orevuar”.»
  82. «Arrivederci, signor Zoncu.»
  83. Rientrata in casa, la donna si lasciò cadere sulla sedia, fra le mani il biglietto d’invito firmato da tutti i centosette abitanti di Rocca Doria. Le aveva fatto piacere riceverlo, ma non riusciva a sentirsi contenta come se fosse davvero tutto passato. Le restava una certa diffidenza, ma almeno la rabbia non la provava più. Era comunque curiosa di capire come gli abitanti di Rocca Doria avessero interpretato il fatto che lei non si potesse abbronzare.
  84. Il 26 ottobre il paese esibiva fili di bandierine colorate tese da un cornicione all’altro, camini da cui fuoriuscivano spirali di fumo bianco, usci aperti da cui provenivano succulenti odori di dolci e carni arrosto. Note musicali aleggiavano dai punti più disparati del villaggio.
  85. Uscita per comprare pane e ravioli dalla signora Bibina Piras che, a dispetto dei suoi settantasette anni, sfornava cifraxiu, moddizzosu e coccoi, oltre a ravioli, amaretti e tiricche, Aliena incontrò abitanti trafelati, cesti che si spostavano da una casa all’altra, risate e canzoni, voci da soprano e da tenore che si innalzavano in coro, e nonostante la fretta di tutti quanti, le furono rivolti sorrisi, ammiccamenti e chiari inviti a unirsi alla festa di quella sera.
  86. Anche Bibina Piras, che di solito le impacchettava quel che lei chiedeva senza una parola o uno sguardo rivolto al viso, limitandosi a pronunciare a voce bassa la cifra da pagare, quella mattina la guardò dritto negli occhi e le chiese pure come stava. Aliena prese dalla busta un piccolo coccoi ancora caldo e ci affondò i denti.
  87. In piazza chiese dove abitasse la signora Annalisa Noria, poi bussò all’uscio di un palazzetto degli anni Trenta, con fregi floreali tutt’intorno al portone antico.
  88. Annalisa si mostrò sinceramente felice di vederla e la fece entrare in un luminoso androne zeppo di chenzie che arrivavano al soffitto, per poi passare in un curato cortile interno con tanto di pozzo e alberi di arancio e di limone. Aliena si guardò intorno, felicemente sorpresa da tanta armonia di forme, colori e profumi, e il suo sguardo allenato colse i particolari che avrebbe potuto riprodurre nelle sue carte, assemblandoli nell’intreccio che si stava istintivamente componendo nel proprio immaginario. Se solo ne avesse avuto voglia.
  89. «Venga, signora Bacconnier, sediamoci in cortile, un peccato sarebbe non approfittare di questa bella giornata.» L’anziana donna ebbe un attimo di esitazione mentre le indicava il divanetto color crema. I suoi occhi azzurri e acquosi si levarono sull’ospite. «Se il sole le dà fastidio, possiamo accomodarci in salotto, come lei desidera.»
  90. Aliena colse il suo sguardo imbarazzato.
  91. «In questo periodo sopporto bene il sole, non si preoccupi» si affrettò a rassicurarla. «Questo giardino è delizioso. Mi chiami semplicemente Aliena, se non le dispiace, mi sentirei più a mio agio.»
  92. Annalisa Noria fece un bel respiro, tranquillizzata. «Lo beve, un mirto? O preferisce un limoncello?».
  93. «Non bevo alcolici» rispose distrattamente Aliena, che continuava a catturare con lo sguardo i particolari che la attiravano come calamite.
  94. «Le preparo un caffè?».
  95. «Ne ho già bevuto uno prima di uscire, grazie, un bicchiere d’acqua va benissimo.»
  96. L’occhio grigio e quello azzurro di Aliena si posarono sulla donnina, e di fronte a quello sguardo bicromatico Annalisa Noria si sentì confondere. Si diresse verso la cucina che s’intravvedeva attraverso una vetrata, poi un’idea la fece tornare sui suoi passi. «Se le piace, posso prepararle un’orzata o una limonata.»
  97. «È da tanto che non bevo un’orzata, mi farebbe piacere, grazie.»
  98. Rinfrancata dall’idea di non dover servire acqua del rubinetto alla sua ospite, Annalisa Noria sparì all’interno della casa.
  99. Rimasta sola nel cortile, Aliena osservò le ceramiche che decoravano le pareti, le aiuole con tre alberi di limone carichi di frutti, i vasi in terracotta esuberanti di fiori e di colori.
  100. Intanto, la signora Annalisa preparava l’orzata con ghiaccio che versò in una caraffa, aggiunse due bicchieri sul vassoio e poi tornò in cortile.
  101. «Aspetti, la aiuto.»
  102. L’anziana donna lasciò che Aliena le prendesse il vassoio dalle mani, considerando ancora una volta con stupore il suo metro e ottanta. Pensò che neanche una majarza sarebbe stata così alta, e che a un fantasma faceva pensare. Ma non era colpa sua, povera figliola, essere albini doveva essere un problema sacrosanto.
  103. «Mi fa piacere che sia venuta a trovarmi, verrà anche alla festa, questa sera?».
  104. Aliena abbassò lo sguardo sul bicchiere di orzata bello fresco. «Mi farebbe piacere… Il postino, Efisio Zoncu, mi ha detto che il signor Tonino Zedda compie cento anni… Io non conosco questo signore, non so se sono un’ospite gradita.»
  105. Aliena aveva ancora lo sguardo fisso sull’orzata quando Annalisa Noria si sporse dalla poltrona per prenderle una mano. «Si faccia bella e metta il vestito della festa, ne avete di stupendi lì a Parigi.»
  106. «Vengo da Tolosa, è una città molto più modesta di Parigi, e in genere non ho bisogno di abiti eleganti.»
  107. Aliena omise di dire che, nella fretta di partire, aveva dato ben poco peso all’abbigliamento da portare.
  108. «Parigi, Tolosa, che differenza fa? Nel suo armadio troverà di sicuro qualche vestito con cui si sente bella e comoda.» La donnina ciondolò il capo come se seguisse le note di una filastrocca, poi mormorò: «Lei ha fatto tante esposizioni, le carte che disegna sono molto belle.»
  109. Aliena sollevò su di lei lo sguardo bicromatico. Annalisa si disse che avrebbe dovuto farci l’abitudine.
  110. «Ho fatto qualche esposizione ma niente d’importante, non sono un’artista.»
  111. «E non sono mica i giornali che fanno un’artista, è la fantasia, e lei ne ha tanta.» La signora Noria esibì un’aria pacata. «Sono proprio magiche quelle scatole dove si vede tutto… computer, mi ha detto che si chiamano, ci ho visto persino casa mia…» Annalisa lasciò la frase in sospeso per qualche istante. «Si trova proprio tutto, forse troppo, e non sono mica sicura che le persone lo sanno che circolano tante informazioni su di loro nel web. Mio nipote mi ha detto che si chiama così, il web, e che si può conoscere chiunque in qualsiasi parte del mondo…» Altro momento di pausa/riflessione. «A volte è difficile conoscere persino il vicino di casa… Ma sono di sicuro troppo vecchia per capire queste cose, la modernità è complicata per una testa abituata a parlare faccia a faccia col lattaio quanto col parente emigrato in capo al mondo. Comunque, dopo che gli ho raccontato della sua malattia e scoperto che cos’era l’albinismo, mio nipote ha cercato lei in persona e mi ha mostrato tante foto, sue e dei suoi lavori.»
  112. Aliena non riusciva a spiccicare una parola. Ci fu una pausa silenziosa in cui si udì soltanto il sorseggiare delle due donne e il profumo fresco dell’orzata che si spandeva con un sospiro.
  113. «Posso chiederle una cosa?» domandò d’un tratto Donna Noria. «Ma non vorrei che si offendesse, è solo per curiosità, perché in ottantadue anni sempre a Rocca Doria sono stata, e ad Alghero; quand’ero giovane anche a Olbia, una pure a Cagliari, ma la vita l’ho trascorsa qui, non so molto di come si vive altrove, e in fin dei conti neppure mi interessa: io, qui, felice sono stata. Ma ora, i nipoti che tornano con questi computer con cui ti possono vedere anche in gabinetto, mi fanno pensare che è importante conoscere quel che accade fuori, capire come cambiano i tempi e le persone, perché anche una vecchia come me si rende conto che il “web” non lascia la gente uguale a come la mia generazione l’ha conosciuta.»
  114. Aliena seguiva il discorso con gli occhi appena socchiusi, senza staccarli dalla padrona di casa, domandandosi cosa Annalisa Noria non avesse il coraggio di chiederle.
  115. «Internet ha effettivamente cambiato le persone e la società. La gente non parla più come stiamo facendo lei e io, in un patio profumato di aranci e di limoni, magari bevendo un’orzata fresca, ma attraverso uno schermo che rimanda solo una parte infinitesimale della realtà. Perché per esempio non ci sono odori, e anche i colori e i suoni spesso non sono veritieri, ma soprattutto, si viene in contatto con persone la cui identità è spesso falsa, almeno quanto le cose che gli escono di bocca, arraffate qui e là: una citazione o un sentito dire. È il prezzo da pagare alla possibilità di comunicare in tempo reale con un cliente in Papuasia Nuova Guinea e a quella di far conoscere il proprio lavoro all’intero globo terrestre stando comodi a casa propria ed evitando viaggi a vuoto.» Aliena cercava di spiegare nel modo più semplice possibile, convinta che, oltre alle responsabilità del web, dovevano esserci per forza quelle di un gene che, dalle eliche del suo DNA, operava in modo che l’essere umano preferisse la virtualità a una relazione faccia a faccia. «Se non sbaglio, voleva chiedermi qualcosa, signora Noria. Non si preoccupi, non credo che la sua curiosità possa offendermi.»
  116. La donnina la guardò con ammirazione. «Quante belle cose, dice! Neppure mio nipote me le ha mai spiegate in questo modo.»
  117. «Forse è soltanto molto giovane.»
  118. «Ventotto anni ha, e si è laureato due anni fa in informatica.»
  119. «È molto giovane.»
  120. «Ma è un bravo ragazzo.»
  121. «Ne sono certa. Cosa voleva chiedermi?».
  122. Annalisa Noria strinse le mani intorno all’ultimo sorso di orzata nel bicchiere.
  123. «È un mestiere strano il suo. I suoi disegni sono molto belli e fanno pensare a tante cose, alle foreste, al mare, o a quei paesi lontani che vedo alla televisione, ma a cosa serve farli sulla carta? Si prende un foglio, ci si avvolge un regalo, se si sta attenti a non rovinarlo si riesce a usarlo magari un’altra volta, ma prima o poi finisce nella spazzatura.» La donnina la fissò dritto negli occhi. «Perché tanto lavoro per qualcosa che sarà buttato al massimo dopo due o tre volte? Non sarebbe meglio stamparli sul tessuto? Ci verrebbero degli abiti proprio belli. Pure io, alla mia età, me ne farei uno, magari un bel cappotto con le foglie, come un bosco.»
  124. Mentre Annalisa parlava, Aliena si perdeva fra le sfumature dell’erica e il profumo di un corbezzolo piantato dentro un vaso, di fianco alla sua poltrona.
  125. «Mi hanno chiesto di lavorare per alcune fabbriche di tessuti, ma ho rifiutato.»
  126. «Perché?».
  127. Alena strinse forte fra le mani il bicchiere d’orzata quasi vuoto. «Perché un abito o un cappotto fanno una fine peggiore della carta. Perché passata l’euforia del capo nuovo, vengono dimenticati in un armadio. Come tutto quel che dura a lungo, un abito o un cappotto si usurano di noia. Si hanno talmente tante cose nell’armadio, che ce ne dimentichiamo.
  128. I tempi sono cambiati, Annalisa. Quando lei era giovane, il cappotto con le foglie lei lo avrebbe indossato almeno tutte le domeniche, ai matrimoni e alle feste comandate; e prima di riporlo nell’armadio l’avrebbe spazzolato, protetto con un copri-abiti che avrebbe cucito lei stessa magari con un lenzuolo vecchio, e avrebbe messo sacchetti di lavanda nelle tasche. E tutte le volte che lo avrebbe indossato, sono sicura che avrebbe ritrovato il piacere della prima.
  129. Oggi non è più così, si consuma e si passa ad altro.

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