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PALLINA, L'INVERNO E LA LANA

PATRIZIA MANNI

Pallina, l'inverno e la lana.

Faceva tanto freddo in abruzzo, la neve era alta, gli uomini avevano spalato le strade e dinanzi ad ogni porta. Quella notte era stata particolarmente gelida e, passando dinanzi alla fontanella dell'Aracella, Loreta aveva fatto notare alla nipotina i ghiaccioli, formati dall'acqua che era stata cristallizzata nel suo percorso: dall'uscita del rubinetto fino ai bordi della fontanella, in ogni direzione. Pallina stava nel suo cappottino, ma la nonna la copriva lo stesso con la parte dello scialle di lana che aveva fatto lei stessa ai ferri, lavorato doppio con la lana di pecora, tinta a mano col porpora, una vera coperta caldissima e leggera, come una nuvola.

La bambina aveva appena imparato a fare la catenella con l'uncinetto ed era molto contenta di mutare in filo in un qualcosa, con cui un giorno avrebbe potuto coprire se' stessa e le persone a cui voleva bene. Pallina era contenta, aveva visto, col caldo, la lana stesa fuori dai balconi o per terra, ad asciugare, sui sacchi di iuta, le donne stavano all'antica fonte medioevale a lavare quelle palle di lana per ore, a rilavarle, le mettevano al sole per poi ritirarle e filarle coi fusi..quel filo era un miracolo, come quello che Pallina vedeva uscire dall'inchiostro della sua penna Bic a scuola. Pallina vedeva tutti i giorni tante pecore cogli agnellini, scendere giù per Via S. Antonio e i pastori si adunavano al semicerchio dell'Aravecchia...

La nonna era una donna forte con gli occhi verdi, simpatica, le aveva fatto fare la catenella, un motivo che sarebbe piaciuto a Pallina per sempre, come la treccia: aveva un non so che di misterioso quella figura che le avrebbe poi rivelato come legare a quell'intreccio gli amori, i legami, senza perderli mai...e disfare quelli venuti male...

Ogni giorno Pallina allungava la sua catenella e se la portava giù, con l'uncinetto ed i gomitolo di lana, lasciandola per terra come il filo di Arianna, mentre andava a trovare gli altri nonni. Partiva attaccando l'inizio della catenella al balcone di Marano e poi andava giù verso i nonni, ogni giorno ne faceva un altro pezzo e tutti quegli anziani che abitavano in quell'antica parte del paese, non la toccavano, perché sapevano che era la catenella di Pallina. Un giorno finalmente arrivò con la catenella alla porta dell'altra nonna. Bussò e ricevette un dolcetto, la nonna Clara riconobbe nel lavoro di quella bambina un intento, diverso.

Tornò dal nonno la sera e lui le disse, vedendo la catenella così lunga: "...Bene Pallina, adesso se sei brava veramente, devi arrivare in piazza, dinanzi all'entrata di Santa Maria delle Grazie.

Si mise lì a fare un altro pezzo della catenella, perché aveva paura che non bastasse. Il giorno dopo salì per Via S.Domenico e incontrò tutti, ogni donna o uomo le chiedeva: "ma che fai con quella catenella?", lei rispondeva che voleva arrivare in piazza, c'era una donna grossa sulle scale di Giustina, era la mamma della zia Maria che, con la madre di Giustina le sorrise, dicendo in dialetto: "Lassetela perde, 'ssa quatrala, ca' quess' c'arriva 'mbiazza!!" (lasciatela stare questa bambina che lei così ci arriva in piazza).

La nonna andava avanti e avvertiva tutti di non inciampare nella catenella, che l'avrebbero tolta presto e di avvertire chi passava che non ci avesse inciampato, anche se la lana restava a terra. Arrivarono alla bottega del macellaio, Giulio che, sentito il vociare e parlando con Loreta, era uscito dalla bottega per veder srotolare la catenella da Pallina.

Tutti si divertivano a vedere questa gara nuova:

"Ma mò ci vuoi arrivà 'mbiazza?" le disse Giulio col suo grande grembiulone bianco, il viso rotondo e paziente, mentre guardava ogni pezzo di catenella srotolarsi, per finire a terra.

La zia Elia con lo zia Barbarina erano affacciate alle finestre e la presero in giro per quel gioco, anche se la zia, Elia, le disse di proseguire che ce l'avrebbe fatta, come Marianna che, mettendo le mani sui fianchi, la guardò con curiosa ammirazione.

Incontrò anche Bambina, seduta davanti a casa sua:

"Ma cu' vuo' fa tu?? Ma se rombe 'ssa cosa, ma perché 'ssa quatrala sta a fa accuscì??".

Era sempre sospettosa Bambina, sempre critica verso tutti e a Pallina non piaceva ma ogni sospetto suo era, per la bambina, uno stimolo per migliorarsi.

Insomma, passo dopo passo, ce la fece, arrivò fino al gradino della chiesa e la catenella le avanzava, quindi la disfece e la nonna la chiuse, spezzando il filo dal gomitolo.

La chiesa aveva due sedili in pietra pieni di uomini anziani, qualcuno si fece una ricca risata, altri invece, come Paolino e

Alfonso, le dissero che era stata brava.

Pallina così tornò a casa Marano dal nonno, arrotolando in un gomitolo la catenella lunghissima con cui era arrivata in piazza. Massimo si affacciò dal balcone e staccò l'inizio del lavoro dalla balaustra, il gomitolo finì.

Mentre saliva le antiche scale, consumate da vecchi passi, l'emozione era infinita, insieme alla gioia, tutto si concluse nell'abbraccio del nonno che l'alzò da terra, portandola in aria come una vincitrice.

Pallina credeva solo di aver raggiunto la piazza della Madonna, ma quel gomitolo di catenella che la nonna le lavò, restò per anni nel suo cassetto di Roma, senza sapere che con quella catenella avrebbe misurato tutte le distanze che avrebbe percorso, ovunque. Questo era il mondo di un Abruzzo scomparso, in cui i vecchi avevano rispetto per i bambini e i bambini si facevano da loro, guidare e sorridere...

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