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La seconda occasione

Giuseppe Cabodi

................. – I demoni si sono di nuovo risvegliati – pensò Leonardo d’Artaban guardandosi intorno desolato. Nonostante fosse sua convinzione che nulla può durare in eterno e che anche quei tempi disgraziati prima o poi si sarebbero trasformati in un lontano ricordo. Il Duca Emanuele Filiberto si era riappropriato dei suoi possedimenti da poco e ciò era un buon segno per il futuro.

Il silenzio che sino a quel momento gli aveva tenuto compagnia, fu ben presto disturbato da flebili suoni provenienti dai paraggi e che col tempo risultavano sempre più definiti. Canti e risate si intrecciavano in una allegra cacofonia, segno inequivocabile che nelle vicinanze, nonostante tutta quella devastazione ancora qualcuno trovava il tempo di distrarsi. Ma certo! Come poteva essersi dimenticato che nel Borgo esisteva da tempo una taverna, il luogo migliore dove incontrare gente e bere un paio di boccali di quello buono e rimandare gli affanni a tempi migliori.

La “Cà del giari “era così chiamata per un paio di motivi che vale la pena raccontare. Il primo perché era quasi impossibile arrivarci senza imbattersi in qualche ratto di un certo tono, il secondo per una leggenda che si tramandava da generazioni quando Johanne Ripiglio, un omaccione grande e grosso la cui missione sin da bambino fu quella di raccogliere ogni genere di escremento al fine di convertirlo in concime.

Va da sé che un simile elemento non fosse la persona più gradevole da incontrare per strada e tantomeno in un luogo poco aerato. Forse per toglierselo di torno una sera, proprio in quella taverna, trascinato dai fumi dell’alcool e dagli incitamenti dei suoi compari, scommise con uno di loro che si sarebbe mangiato un topo vivo. Cosa che fece senza batter ciglio tra lo sgomento e la disgusto di chi quella notte ebbe lo stomaco di assistere alla scena. Passò una settimana e quell’omone dalla vita grossolana che non si era fermato neppure di fronte agli squittii disperati di un povero topo, trovò nel pollaio la favorita tra le sue galline riversa a terra senza vita. La vista di quello spettacolo gli fu fatale. Morì il giorno dopo di crepacuore. Di lui restò il ricordo di quell’impresa leggendaria tanto che da quel giorno la taverna prese il nome di “Ca’ del giari” non si sa se per rendere omaggio a Johanne Ripiglio o al povero topo.......

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