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Ylli e il miracolo dell'aquila

Miriam De Marco

Dal fondo della gola risalivano boati inquietanti. Il torrente Raganello si snodava violento fra le curve pietrose del dirupo, trascinando con sé rami secchi, fango, sassi, capre e piccoli animali. L’onda correva, si inferociva, assaliva le lisce pareti rocciose, cercando disperatamente sbocco nella ciottolosa valle, dove si apriva in un ventaglio di rivoli biondi che si allungavano placidi fino al mar Jonio. Il cappello plumbeo del cielo s’era abbassato già dal primo pomeriggio e dalle aspre cime del Pollino s’era adagiato sul canyon, col suo carico di impaziente elettricità. Sul paesello, disteso accanto alla gola come un uomo in salvo dall’abisso, avevano cominciato a cadere intense gocce di pioggia, pungenti come schegge di cristallo, che penetravano nelle fessure dei tetti e nella trama dei panni dimenticati sulle verande. I vicoli erano deserti. I paesani, riparati nelle modeste abitazioni, attendevano pazienti la fine del temporale. Il vento si insinuava nei comignoli decorati e da qui discendeva lungo le canne fumarie, emettendo minacciosi ululati e soffiando sui fuochi crepitanti, deformandone le fiamme. Attraverso una finestra Illy osservava coi suoi occhi a mandorla la pioggia cadere. Le piaceva il rumore dell’acqua che tintinnava sui vetri, tamburellava sullo spesso davanzale, picchiava e scivolava lungo i muri per poi incanalarsi ai bordi delle ripide strade. Attendeva come un regalo il ritorno del sereno, quella fragranza d’erba bagnata che si insinuava nelle narici e quelle gocce adagiate sui fiori che facevano brillare le corolle come ricami d’oro zecchino. Pensava con entusiasmo al momento in cui avrebbe goduto di quello spettacolo. Pensava e sorrideva. Le sue mani tozze dalle unghie cortissime sorreggevano il capo mentre il suo naso, dalle narici tonde e ben visibili, poggiava sul vetro freddo, appannandolo. Il collo era corto e largo e la mascella sfuggente si chiudeva al centro con un mento tondo e poco pronunciato. I capelli castano chiaro erano raccolti in una lunghissima treccia che ricadeva lungo la spalla fino al suo grembo. La sua figura tarchiata era accentuata da una gonna a piegoline e da una camicetta dalle maniche a sbuffo. Non c’era alcuna traccia di malizia nella sua espressione, sebbene avesse compiuto quindici anni già da un po’. Parlava in maniera biascicata per un eccesso di saliva, che si raccoglieva agli angoli della bocca e colava giù, motivo per cui molti suoi coetanei la deridevano o la scacciavano quando si avvicinava. Lei a quelle derisioni rispondeva col sorriso, mostrando i suoi denti leggermente sporgenti che suscitavano nei più cattivi altre battute malevole. Ylli ne restava ferita, 2 ma sua mamma Rachele le aveva insegnato a perdonare, dunque non rimuginava su quelle offese e le depositava in qualche angolo del suo cuore gentile.

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