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Sotto Assedio

Massimiliano Polilli e Ezio Cornacchia

Circa millecinquecento libbre di pietre erano state posizionate nell’alloggiamento del contrappeso del trabucco. Una robusta corda, arrotolata su un’apposita puleggia, era collegata in cima a un grosso paranco di legno alto più di trenta piedi. Matteo Di Capua diede ordine ai suoi uomini di sollevare la leva. Una ventina di soldati cominciarono quindi a far scorrere la corda sulla puleggia. Mentre il contrappeso lentamente si sollevava raggiungendo un’altezza di circa sette piedi dal suolo, il paranco, assicurato con un perno di sostegno sulle travi di appoggio del trabucco, ruotò all’indietro fino al gancio di bloccaggio. Sei uomini sollevarono un grosso masso, di circa centocinquanta libbre, e lo posizionarono nell’apposita tasca di cuoio della frombola, annodata con una corda penzolante in cima al paranco. Uno di essi spalmò sulla roccia della pece infiammabile e l’accese. Terminata quest’ultima procedura, il condottiero diede ordine di togliere il gancio di chiusura. A quel punto la forza di gravità ebbe la meglio. L’enorme mole del contrappeso, collegato sul braccio corto della leva sotto il fulcro, precipitò verso il basso e il paranco fu scagliato in avanti disegnando un arco di centottanta gradi. Lo strappo fu particolarmente violento ed esercitò un brusco strattone alla frombola che si sollevò da terra imprimendo energia al masso. Il macigno seguì inizialmente l’andamento rotatorio dalla leva e dopo una breve rincorsa, fu scaraventato in avanti verso la roccaforte. La palla di fuoco illuminò il cielo notturno con la sua scia rovente producendo un sibilo sinistro che si diffuse ovunque nel silenzio tombale del monte Cillene. L’eco fragorosa a ogni istante si faceva più forte preannunciando una catastrofe imminente. La paura di essere colpiti creò un panico generalizzato in paese, mentre il masso avanzava a grandissima velocità avvicinandosi sempre di più al suo bersaglio.

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