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Si stava meglio quando ci rubavano il nasino (Monti di ieri, Monti di oggi)

Giulia Malinverno

In quegli anni andavamo anche a prendere il latte appena munto, sotto a I Poggi.

Ci fermavamo a una curva prima di arrivare in paese, lungo la provinciale, dalle mucche che pascolavano fin sulla strada.

Oggi si chiamerebbe filiera corta o latte a chilometro zero, ma allora il latte lo portavamo a casa in bottiglia, con gli aghetti di paglia caduti nel secchio durante la mungitura, e qualche filo d’erba. Quello era il bollino di qualità, la certificazione di un sapore autentico e antico, forte e grasso, materno e maturo.

Un sapore che doveva essere solo bollito. La sterilizzazione sarebbe avvenuta così.

Ricordo le mucche pezzate che, a fine luglio di ogni anno, mi davano il benvenuto alle porte del paese di Arcidosso: era quello il primo incontro, il segno che ero arrivata sulle pendici del Monte Amiata, nella Terra Promessa.

La lunga attesa era finita: il caldo stopposo di Follonica lo avevo lasciato indietro, con l’odore del salmastro e il suono dello sciabordio delle onde del mare.

 

Quando ero bambina, da I Poggi i contadini portavano nelle case e nei piccoli negozi di alimentari, il formaggio fresco e il raveggiolo nelle foglie di felce. La latteria in paese c’era ancora e teneva le cose che una latteria deve tenere: latte, burro e formaggi. La ricordo, quella stanza, nel punto in cui Corso Toscana curva prima di scendere verso Torre dell’Orologio, all’inizio della piazzetta de I Ferri: era una stanza rivestita ai lati con le mattonelle anni Cinquanta sul verde mela chiaro. Pareva un locale d’ospedale, asettico, essenziale, se non fosse stato che l’odore di formalina diventava un odore caldo di seno, materno e rassicurante come solo è l’odore del latte, ma anche un odore di caglio fresco, e quello un po’ stantio della muffa sulle caciotte. Quel posto sapeva di pulito. I ripiani erano di formica. Le caciotte, distanziate l’una dall’altra a intervalli regolari, erano pallide, segno che erano fresche, poco stagionate. La lattaia teneva un camice che aggravava un po’ quella mia idea di malattia; forse, sopra teneva un grembiule. Poco più avanti, in Via Ricasoli, c’era la macellaia di famiglia, che un’estate vendette a mamma un prosciutto cattivo, forse perché non aveva preso il sale oppure perché aggredito dalla mosca. Ricordo ancora quelle carni tenere e rosate, e quelle lievi sfumature sanguinolente, segno che la polpa non poteva essere mangiata. Era un prosciutto enorme: mamma si fece un sacco di scrupoli prima di dirlo alla macellaia ma, quando trovò il coraggio, fu risarcita con un altro prosciutto e con le scuse. Rammento bene la mortificazione della donna, l’espressione frustrata, il timore della cattiva pubblicità, di quel passaparola che nei piccoli borghi può far tanti danni quanti un bombardamento aereo.

Negli anni Ottanta andava di moda passare l’estate con il prosciutto in dispensa.

Mamma andava sempre fiera di quell’acquisto: diceva che le dava l’idea di una vita agiata. L’ho ascoltato un sacco di volte quel suo pensiero che il prosciutto è proprio il simbolo dell’abbondanza. Eppure, a noi non mancava nulla: io avevo sempre merendine e Nesquik, e non capivo ancora bene perché mamma tenesse tanto a esibire quel simbolo dell’abbondanza. Forse per via della guerra, quando il prosciutto non lo faceva più nessuno e perfino i ricchi se l­o erano scordato, ché anche i maiali erano diventati proprietà dei tedeschi? Deve esserci stato un momento della sua vita in cui mamma ha notato differenze e privazioni.

 

(...) Gli anni Ottanta, di sicuro.

Pieni di quel senso di abbondanza e novità.

Pieni di musiche, prosciutti, e figurine Panini.

Di miele comprato a quintali, a fine vacanza.

Perfino le acconciature erano gonfiate, e le lacche d’estate diventavano colla sui capelli vaporosi delle donne.

<<È l’effetto dell’inflazione>> avrebbero detto poi, e l’inflazione moltiplicava ogni cosa.

Ma chissenefregava dell’inflazione se nel moltiplicatore ci finiva anche la felicità?

Noi bimbe portavamo le trecce.

I maschietti, poverini, certe teste colme di riccioli caldi.

Ai piedi portavamo gli indimenticabili sandali unisex di gomma che facevano entrare la terra dai buchini. A fine della giornata ci trovavamo i piedi collosi, caldi, un po’ puzzolenti, color cacchina sciolta.

La serata al Parco del Tennis era stata preceduta da una cena affollata, in casa di mia mamma. Una cena estiva, a base di panzanella, fette di pane e pomodori portati dagli orti, raveggiolo, forse una zuppa di verdure, e magari qualche zucchino ripieno.

Acqua del rubinetto, frizzina, e vino. Per noi bambini, un’aranciata San Pellegrino, che faceva la fondata sul fondo della bottiglia.

Forse, anche quella sera io avevo fatto le solite storie per mangiare.

Ma nessuno capiva che io ero già sazia.

Sazia di altro. Sazia di cose che col tempo sono sparite. Sazia di affetti.

E, quando me ne sono accorta, quando ho avuto fame davvero perché certi affetti erano spariti, ho dovuto iniziare a sfamarmi con un cibo più convenzionale.

Ecco perché, che si tratti delle acque fresche dell’Amiata che scendono in riva al mare, o dei riccioli biondi, ogni volta che ascolto quelle canzoni vengo travolta da una marea di emozioni ingombranti, e poco riservate. Che mi lasciano, spesso, l’umido sulla pelle. L’umido delle lacrime...

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