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Scirocco

Mariangela Biffarella

I

Masino aveva infilato i soliti pantaloncini sdruciti, il maglione slabbrato, le scarpe sfondate e la coppola verde. Aveva tagliato una fetta di pane raffermo, l’aveva inzuppata di limone e spalmata di zucchero, poi era corso in strada a giocare. Aveva solo quindici anni, ma lo sguardo e la pelle olivastra e appassita lo rendevano simile a un vecchio.

Suo padre aveva una dozzina di capre e faceva il lattaio ma in casa, raggiunti i sei anni di età, lavoravano tutti.

Masino era il minore di tre fratelli, per questo gli era toccato il compito più facile: la mattina si alzava all’alba e andava a distribuire il latte. Spesso aiutava anche nella mungitura, poi era libero di scorrazzare per le strade a suo piacimento.

«Mangiati anticchia di pasta, prima di scappare fuori, gjàccu di furca! Non vedi che sei secco come uno scorpo?», gli strillò dietro la madre, mentre il ragazzo apriva il portone. Nonostante le tante amarezze della sua vita, non ultima quella delle mazzate che buscava tutte le sere dal marito, le seccava vedere il figlio magro come un giunco.

«Non ce n’ho fame», le rispose lui con una scrollata di spalle.

«Nt’arricampari tardu!» aggiunse la donna, consapevole che le sue parole sarebbero cadute nel vuoto. E infatti, Masino finse di non sentire e lasciò che a risponderle fosse il tonfo del portone.

Andava di fretta perché aveva da fare. Lui era un capo banda e godeva del rispetto dei suoi picciotti: una dozzina di piccoli pezzenti che, come lui, portavano pantaloncini corti e rabberciati, stretti in vita con pezzi di spago; calzini slabbrati, scivolati alle caviglie; scarpe sformate e scalcagnate, dalle quali facevano capolino gli alluci, e coppole di velluto, calzate fin sopra le orecchie.

Avevano ginocchia incrostate di sporcizia e ferite sovrapposte, che non avevano mai fatto a tempo a guarire; facce sporche; mocci verdognoli al naso e una rabbia smisurata e antica come l’ingiustizia subita dai loro antenati, che sfogavano a loro volta sui più deboli.

Erano i primi anni cinquanta e la Sicilia era afflitta da una povertà endemica che sembrava trovare il suo appagamento nell’unica cosa alla portata di tutti: i figli. Mettere al mondo nidiate di figli, oltre a sancire la virilità degli uomini e la fertilità delle donne, offriva alle famiglie nuove braccia da adibire al lavoro. Più spesso, però, i figli erano solo il frutto dell’ignoranza e del fatalismo e venivano accettati come una grazia o come una punizione divina, a seconda delle condizioni e dei bisogni della famiglia.

Per questo le strade pullulavano di mocciosi, che tessevano i quartieri come le cavallette. I più piccoli correvano in groppa a manici di scopa, che nel loro immaginario erano favolosi destrieri, armati di spade di legno foggiate dal loro inseparabile coltellino. I più grandi usavano unirsi in bande di quartiere, tutte in lotta tra di loro per affermare il predominio sul territorio, perseguitare i più deboli e compiere ogni sorta di malefatta. Avevano un capo e un rito di iniziazione, che celebravano nel segreto della casotta, il covo che ogni banda tirava su con canne, cartoni e sterpaglia.

Quel pomeriggio, Masino aveva un programma fitto di impegni da portare a termine. Peppe voleva entrare nella sua banda e lui doveva stabilire le prove cui sottoporlo. Dopo avrebbe dovuto celebrare la cerimonia di affiliazione, con tanto di giuramento e omertoso patto di sangue.

Questa sensazione di onnipotenza lo esaltava. Addentava il pane con lo zucchero, che gli appiccicava bocca e mani, e si arrovellava il cervello sul da farsi: spintonare il solito vecchio che arrancava aggrappato al suo bastone, era troppo facile; prendere a sassate i vetri di un paio di finestre e dileguarsi nel nulla, era banale; rubare la solita gallina, era un gioco da bambini. No, erano tutte cose già viste, roba da scimuniti. Ormai erano cresciuti, ci voleva qualcosa di più.

Certo, Peppe era più secco di lui, ma aveva dimostrato di essere abbastanza spietato da meritarsi la sua fiducia, considerava Masino. Solo pochi giorni prima lo aveva visto scorticare vivo un gattino, sotto gli occhi della mamma. Straziata dai lamenti del suo cucciolo, la gatta gli aveva soffiato contro, emettendo certi versi che avrebbero intenerito il cuore del più irriducibile avanzo di forca. Ma Peppe aveva proseguito le sue torture, finché l’animale non lo aveva aggredito e graffiato a sangue. Allora aveva massacrato a coltellate anche lei, senza pensarci due volte.

“Non c’è male!” aveva concesso Masino, ma voleva di più.

Mentre camminava, leccandosi le dita impiastricciate di zucchero, frugava nel repertorio delle malefatte riservate agli umani. Fu proprio in quel momento che vide Teresa, la sciancata, intenta a giocare con la bambola insieme ad altre ragazzine della sua età.

Minchia – considerò tra sé – le sono spuntate le minne e gioca ancora con la bambola!

Fino a qualche mese prima, lui e il suo branco l’avevano ingiuriata e spintonata, ma ora che le erano cresciute le minne quando la vedevano le rivolgevano gestacci e frasi irripetibili.

Peccato perdersi l’occasione, ma da solo non ci provava gusto. E poi andava di fretta. Si limitò a guardarla con spregio e tirò avanti per la sua strada. Solo un attimo dopo gli balenò in mente un’idea: il sole stava tramontando e la sciancata avrebbe dovuto percorrere la solita vaneḍḍa stretta e buia, per tornare a casa. Sputò a terra e sogghignò: “U pisci ruossu si mancia chiḍḍu nicu. E u pisci ruossu ora sugnu iu!”

II

A vederla arrancare claudicante per le viuzze del paese, nessuno avrebbe mai creduto che Teresa, fino all’età di sei anni, correva come un piccolo uragano da una punta all’altra del quartiere e giocava a nascondino sullo spiazzo della chiesa di San Nicola, come gli altri bambini.

Era successo in un afoso pomeriggio di scirocco: la malasorte s’era messa a giocare a mosca cieca insieme a loro e, con la sua benda nera sugli occhi, l’aveva afferrata mentre rideva spensierata in mezzo agli altri.

Chissà perché proprio lei, tra tanti!

Non era stato facile rimettersi in piedi, ma quando ce l’aveva fatta, Teresa era subito tornata ad allietare i vicoli del quartiere con le sue grida spensierate, anche se per correre doveva trascinare la gambetta indebolita dalla polio.

Masino e la sua banda avevano subito cominciato ad infastidirla, scimmiottandone il passo e canticchiandole dietro, in tono ingiurioso: «Taliati a Teresa cu a jamma rumma, pari ca tumma, pari ca tumma!». Ma lei ribatteva pronta, usando la stessa cantilena: ne trovava una giusta per tutti.

Nessuno di quei teppistelli la vide mai piangere, neanche quando la spintonavano, sghignazzando. Lei si rialzava subito e li fissava con fierezza.

Le comari del vicinato, nel vedere con quanto sforzo cercava di correre insieme agli altri, per non restare indietro, consideravano ad alta voce: «Talia cuomu arranchiḍḍia, sbinturateḍḍa!», e questo accadeva più spesso di quanto Teresa riuscisse a sopportare: lei odiava la commiserazione. Quei sorrisetti ipocriti e zuccherosi la ferivano più degli insulti. Allora rispondeva con prontezza: «Sbinturata io? Vossia è sbinturata cu ssa testa!».

Perfino in casa non gradiva compatimenti e pietismi, perciò lavava, stirava, cucinava, impastava il pane, rammendava, nettava il grano… insomma, non stava mai ferma. In campagna, quando andavano a raccogliere le olive, lei riempiva per prima il suo paniere di vimini e arrancava svelta lungo il pendio dell’uliveto, per portarlo a suo padre.

L’energia e la voglia di vivere di Teresa richiamavano alla mente di don Bobò la luce di uno zolfanello, per questo spesso guardava di sottecchi la moglie e bisbigliava: «Talia, quant’è duci sta figghiareḍḍa nostra, Mimma! A mia mi pari n’surfarieḍḍu».

Aveva gli occhi grandi e scuri, come castagne d’autunno, accesi da uno scintillio che guizzava tra le lunghe ciglia. Era sempre di buonumore perché amava la vita, e l’amava così, come le era venuta in sorte, senza pretese né riserve.

La ‘gna Mimma la chiamava masculazzo, perché voleva sempre giocare fuori. Ma nelle lunghe giornate d’inverno, quando il freddo la costringeva in casa, ridiventava una dolce femminuccia e giocava con la bambola di pezza: se l’era fatta da sola, nei primi tempi della malattia.

La ‘gna Mimma la guardava e si scioglieva di tenerezza. Da tempo avrebbe voluto regalarle una bambola vera, ma in paese i negozi erano pochi. Aveva provato nella putia di don Fano, la più assortita, ma c’erano solo trenini, cavallucci di legno… insomma giochi adatti ai maschietti.

Nonostante fossero gli anni del “miracolo industriale”, in paese non si erano mai visti né miracoli né industrie. Questa realtà apparteneva ad un mondo lontano, di cui giungeva l’eco nei racconti di chi, raccolti in un fagotto i pochi stracci che possedeva, era emigrato in Germania, in America, in Francia, in Belgio, a Milano, a Torino…

L’unico “miracolo industriale” paesano si sostanziava in qualche nuovo venditore ambulante.

L’anticario era uno di questi. Scambiava mobili nuovi in truciolato e formica, con mobili antichi in legno massiccio, che lui definiva, in tono dispregiativo, viecchi. Il suo richiamo somigliava a uno di quei ritornelli che si fissano nel cervello per tutto il giorno: «Mobili viecchiii iu vi canciuuu!», strillava, dilatando le ultime sillabe come se si esibisse in un’aria del Rigoletto. Le donne si precipitavano in strada per cogliere al volo l’occasione di disfarsi del vecchiume e mettersi in casa il nuovo mobilio, che profumava ancora di vernice fresca.

«Va’ canciativi i capiiiiiiddi!», gli facevano eco gli acuti del capiḍḍaru, che invogliava le donne a barattare i capelli con la plastica, un prodotto che in paese non si era ancora diffuso. Rigida o flessibile, dura o morbida, bianca o colorata non importava, purché fosse pura e autentica plastica e sapesse di industria, benessere e pubblicità, la prima che giungeva dalla radio.

Le donne erano talmente conquistate da questo prodotto rivoluzionario da dar via i loro capelli. E se questi, ad insindacabile giudizio del capiḍḍaru, non bastavano, erano pronte ad aggiungere anche piatti e scodelle di coccio, secchi di stagno, bacinelle in ferro smaltato, vasellame in terracotta decorata a mano… insomma, tutta quella roba che ai loro occhi non aveva più alcun valore, rispetto all’indistruttibile materiale.

Sulla Moto-Ape del capiḍḍaro c’era pure una bambola. Troneggiava in mezzo a vaschette, bacinelle, insalatiere, bidet e bidoni di plastica. L’ambulante offriva anche quella in cambio dei capelli. La ‘gna Mimma pensò che Teresa avrebbe compiuto undici anni, in gennaio. Stava crescendo più in fretta di quanto pensasse, quindi quella bambola doveva regalargliela subito.

Ora o mai più! si disse, e cominciò a maturare l’idea di barattarla con i suoi capelli, per i quali aveva sempre avuto una cura particolare: li spazzolava a lungo ogni mattina, prima di intrecciarli e raccoglierli in una crocchia dietro la nuca, quasi a nascondere un elemento di seduzione che, superata la trentina, diventava sconveniente esibire, soprattutto per le donne maritate. Certo, le dispiaceva tagliarli, ma ne valeva la pena. La sua luminosa chioma castana sarebbe ricresciuta, invece sua figlia non avrebbe mai più avuto indietro la sua infanzia.

Così, alcuni giorni prima del compleanno di Teresa, si risolse e, prima che passasse l’ambulante, si lavò i capelli, li asciugò, li intrecciò un’ultima volta, si guardò un po’ più a lungo allo specchio, poi prese un paio di forbici e li tagliò.

Naturalmente al capiḍḍaru non bastò quella magnifica treccia, che profumava ancora di pulito, così la ‘gna Mimma, pur consapevole dello squilibrio del baratto, aggiungere anche un braciere di rame. Ma quando ebbe in cambio la bambola, si sentì la donna più felice del mondo. Avrebbe fatto questo ed altro per la sua Teresa.

Invece Mariano, il figlio maggiore, per lei era una spina nel fianco.

«Russu malu-ppilu è!» aveva sentenziato nonna Ciccina, quando la testa del nipotino era sgusciata dal grembo della figlia. Ma lei, nonostante il lungo travaglio che l’aveva quasi uccisa, l’aveva rimproverata. Era così felice di stringere tra le braccia quel masculiḍḍu forte e pieno di salute, che sarebbe diventato il pilastro della casa, il braccio forte al quale aggrapparsi, il bastone della vecchiaia sul quale sorreggersi… insomma il figlio maschio che avrebbe assicurato sicurezza e prosperità alla famiglia.

Invece i fatti avevano fatalmente dato ragione a nonna Ciccina: più il bambino cresceva, più confermava il diffuso pregiudizio che associava il colore rosso dei capelli a un carattere ruvido e irascibile. E dire che la ‘gna Mimma e don Bobò ce la mettevano tutta per crescerlo nel rispetto dei valori che avevano da sempre guidato la loro condotta. Ma Mariano faceva di testa sua.

Gran lavoratore, questo bisognava riconoscerglielo. Passava settimane e settimane, a volte anche mesi, in campagna ad accudire gli animali. Ma quel caratteraccio! Non c’era proprio verso di cambiarlo. A complicare le cose, si aggiungeva la gelosia che Mariano aveva subito mostrato verso la sorellina appena nata. All’inizio avevano tutti pensato a quella condizione naturale che vivono i primogeniti con l’arrivo del fratellino, che di solito si risolve spontaneamente con gli anni. Ma lui non l’aveva mai superata. Forse perché alle attenzioni che i genitori riservavano a Teresa, in qualità di sorellina piccola, erano subentrate nuove premure, dovute all’ansia di vederla più fragile e bisognosa di aiuto, a causa della precoce malattia. Così Mariano aveva reagito chiudendosi sempre più a riccio.

La vita di campagna, la lontananza dalla famiglia, la limitatezza di orizzonti e di rapporti sociali avevano fatto il resto, rendendolo ancora più scontroso e arrogante. Teresa per lui era sempre stata un’intrusa. E poi si vergognava di quella sua zoppia, tanto che, quando i bambini la ingiuriavano, lui non prendeva mai le sue difese. Talvolta si era perfino schierato dalla parte degli aggressori. Ma Teresa lo conosceva bene. Fin troppe volte aveva sperimentato quel suo cupo rancore, sotto forma di angherie e insulti. Forse proprio per questo aveva temprato il suo carattere e imparato a difendersi da sola.

Talora la ’gna Mimma pensava di averlo concepito ad opera del diavolo in persona, convinta che le vie del male fossero infinite e imponderabili quanto quelle del bene. Ma poi inorridiva dei suoi stessi pensieri e si faceva il segno della croce. Eppure quel figlio con quei capelli rossi e dritti come chiodi arrugginiti non somigliava né al marito, che era biondo e dolce come un cherubino, né a lei, bruna e accomodante. Mariano, come spesso diceva don Bobò, era tagghiatu cû a runca, e quindi rozzo, villano e zoticone, proprio come l’erbaccia che viene grossolanamente recisa con la roncola.

III

Erano trascorsi alcuni mesi da quando Teresa aveva avuto in regalo la bambola. I capelli della gna Mimma stavano ricrescendo, invece per lei arrivarono i parienti miricani e la sua vita cominciò a cambiare e a cambiarla.

Quella appena trascorsa era stata una notte di scirocco e lei aveva dormito poco e male. Per questo al mattino nemmeno la voce di Cichinau era riuscita a strapparla dal letto.

“Accattativi i spagnoleeeetti, l’auuuugghi, i pettini fiiini”, strepitava il vecchio ambulante, ma lei si ostinava a coprire la testa con il lenzuolo.

A quell’ora di solito era già in piedi e correva a comprare qualcosa. Per questo il vecchio indugiava e alzava il volume della voce, sotto casa Cajola.

Vendeva articoli per il cucito, pettini, ferretti, fermagli, rasoi e corni contro il malocchio, che trasportava in bella vista su un ampio cassone di legno, appeso al collo con una larga fascia di cuoio e tesseva in lungo e in largo tutte le viuzze del paese.

Teresa si alzava sempre presto, al mattino, per accendere il fuoco e godersi il profumo della legna e dei vapori della cucina. Le piaceva che sua madre la trovasse già lì, quando entrava, per sentirsi dire: «U Signuri ti-bbinirici, surfarjeḍḍu miu!».

Invece quella mattina aveva un cerchio alla testa e un dolore che le prendeva la pancia e la schiena. Ma sentiva soprattutto un peso gravarle sul cuore come un cattivo presagio. Aveva le orecchie ovattate e sorde ai richiami dell’alba e una strana voglia di piangere annodata in gola.

Si rigirò ancora nel letto, tentò di riacciuffare il filo di un sogno strampalato, ma alla fine rinunciò e si costrinse ad alzarsi. Fu allora che, infilando le ciabatte, vide un rivolo di sangue scenderle tra le gambe. Si guardò intorno, come a cercare la causa fuori dal suo corpo, certa che una nuova sciagura si stesse abbattendo su di lei. Non sapeva cosa fosse, ma sentiva che doveva essere terribile, un male di cui vergognarsi. Il suo sgomento divenne addirittura panico quando si accorse di aver sporcato le lenzuola e il materasso. Fu per questo che la ’gna Mimma la trovò intenta a smacchiare il letto con gesti frenetici, quella mattina, e si sentì in colpa, perché da tempo si riprometteva di parlarle. Avrebbe voluto prepararla, spiegandole per filo e per segno ogni cosa, ma non aveva trovato le parole giuste, o forse, semplicemente, si vergognava di farle certi discorsi. Così aveva rimandato e ora era troppo tardi. Era accaduto più in fretta di quanto pensasse e Teresa era spaventata. Cercò di rimediare col sorriso più rassicurante di cui fosse capace.

«Vieni, gioia mia, che niente è − le disse abbracciandola. – Il fatto è che noi femmine siamo fatte così: ci devono venire queste cose per diventare grandi. Che ci possiamo fare? Lo sai come le chiamava tua nonna Ciccina? I parienti miricani!» Cercava di sdrammatizzare, ridendo.

Ma Teresa continuava ad essere angosciata: per quanto si sforzasse, non riusciva a trovare nulla di buono in tutta quella storia e la guardava con occhi smarriti. La ’gna Mimma, allora, cercò di farle capire che era una cosa naturale, che le sarebbe accaduto ogni mese, come a tutte le donne, e che il suo corpo sarebbe cambiato per prepararsi ad accogliere e allattare i figli che il Signore avrebbe voluto darle.

«E come?», chiese Teresa. Ma lei barbugliò alcune parole vaghe, sottraendosi al suo sguardo inquisitore. Quello che comprese con chiarezza, oltre le frasi smozzicate della madre, fu solo che da quel momento avrebbe dovuto guardarsi dai maschi.

Cosa c’entrassero in quella faccenda, i maschi, per lei rimase un mistero, visto che la ’gna Mimma cambiò subito argomento. Ma a Teresa in quel momento bastava sapere che i misteriosi parienti miricani non erano un’altra malattia. Solo il cattivo presentimento che le gravava sul cuore si rivelò fondato. Infatti da quel giorno dovette rinunciare alla spensierata libertà di cui aveva goduto fino a quel momento, perché la ‘gna Mimma diventò inflessibile: niente più giochi in strada e, nei lunghi pomeriggi estivi, pretese che imparasse a ricamare.

«Ora il corredo dobbiamo cominciare a preparare: figlia femmina nella fascia, corredo nella cascia», le diceva ammiccando.

Ma a Teresa non piaceva passare ore e ore col telaio sulle ginocchia, per ordire quegli strani ghirigori. «A che servono?» chiedeva. «A me non mi piacciono tutti questi frinzoli!»

Lei amava stare fuori, camminare, giocare… Preferiva cento volte faticare in campagna piuttosto che perdere la vista e il tempo sulla trama di quelle insulse tele di cotone e lino, tanto care alla ’gna Mimma. Ma la madre non voleva sentire ragioni. Allora Teresa si rifugiava dal padre. Le bastavano due coccole per convincerlo a lasciarsi seguire in campagna.

Don Bobò era un uomo che, sotto il suo carapace da contadino incallito, nascondeva un cuore tenero e dolce come la crema dei cannoli. E poi per quella figlia stravedeva. Forse perché pensava che non avrebbe mai trovato marito, per via di quella gamba. Perciò gli sembrava insensato che la moglie la costringesse a preparare un corredo che non le sarebbe mai servito. Preferiva vederla muovere e imparare a cavarsela da sola, anche in campagna.

«Chissà che cosa dovrà vedere questa povera figghia nostra, quando noi chiuderemo gli occhi!», diceva alla moglie. E quando pensava al futuro di Teresa, un’ombra incupiva i suoi grandi occhi chiari.

I giorni in cui riusciva a recarsi in campagna con don Bobò, per Teresa erano i più belli. Lo guardava con attenzione, mentre accudiva gli animali o coltivava l’orto, e gli faceva mille domande. Era avida di capire e imparare. L’affascinavano i gesti sapienti con cui suo padre, che a cinquant’anni le sembrava già vecchio, dissodava e squadrava la terra per piantarvi gli ortaggi.

L’osservava ammirata, mentre le sue mani rinsecchite e callose adagiavano attorno alle piantine generose manciate di letame, che disegnavano circoli scuri sulla terra ambrata.

Adorava ascoltare il gorgoglio dell’acqua che riempiva i solchi e i colpi secchi e misurati della zappa che ne deviavano il corso, aprendo e chiudendo varchi per colmare i fossi, uno dopo l’altro, e dissetare i germogli avvizziti dalla calura del giorno. Non le sfuggiva un solo gesto e di tutti voleva conoscere il perché.

Quando pensò di avere appreso abbastanza, si attrezzò della piccola zappa che suo padre aveva preparato per lei, scegliendo con cura un ramo di ciliegio lungo e leggero, e cominciò a dissodare il fazzoletto di terra antistante la casupola che lo stesso don Bobò aveva tirato su con pietre e calce e coperto alla buona con una fitta trama di canne.

Vi piantò rose, violette del pensiero, fresie di San Giuseppe, gerani di tutti i colori e, quando poteva, vi trascorreva intere giornate a zappare, innaffiare, strappare erbacce.

Un giorno don Bobò le regalò una fionda e la sera, quando erano in campagna e lui ultimava il suo lavoro, le insegnava ad usarla. Il momento più bello per lei era quando le cingeva le spalle e guidava le sue mani inesperte. Il bersaglio era una vecchia scarpa posta sulla testa di Peppensù, lo spaventapasseri piantato in mezzo all’aia. In breve tempo divenne così brava da centrarla con assoluta precisione, anche a notevole distanza.

Spesso le capitava di sognare di essere un maschio, per godere la piena libertà di stare in campagna, senza lo spauracchio di quel telaio che la ’gna Mimma le imponeva con quella sua cantilena: “Avanti Teresa, ora pigghiti u tularu!»

Non riusciva a capire perché Mariano non fosse felice di quella sua condizione di maschio, che lei considerava uno stato di grazia. Lui era sempre imbronciato e taciturno, sembrava avercela con il mondo intero. Più grande di lei di cinque anni, si comportava come se a separarli ce ne fossero stati dieci.

Quando Teresa era in campagna, lui spariva completamente. Mai una volta che avesse voluto giocare con lei. Guai a toccargli le sue cose. Quando sedevano a tavola, uno di fronte all’altra, teneva gli occhi sul piatto e, se si accorgeva che Teresa lo guardava, s’inalberava subito e le grugniva contro: «Chi minchia ci talii, ah?»

Benché i genitori avessero fatto di tutto perché completasse la scuola elementare, lui non aveva voluto sentire ragioni: s’intestardiva come un somaro, quasi lo mandassero al patibolo.

Spesso Teresa esprimeva il suo rammarico dicendo: «Purtroppo il Signore il pane a chi non ha i denti lo dà!». Lei aveva potuto frequentare la scuola solo fino alla terza elementare, perché le sezioni femminili, meno numerose di quelle maschili, a partire dalla classe quarta si svuotavano del tutto. E poi non era cosa per le femmine, la scuola. A loro toccava imparare a rigovernare la casa e aiutare nei lavori di campagna. Solo le più fortunate potevano apprendere l’arte del cucito e del ricamo. Per questo, in paese, si andava a fare apprendistato dalla sarta: anni e anni ad ingobbire su piccole sedie di zammara per imbastire la fila lenta sui contorni tracciati dal gesso sapiente della sarta, oppure a bordare le cuciture dei vestiti perché non si sfilacciassero. Un lunghissimo apprendistato a tutto vantaggio della sarta, la quale difficilmente lasciava che le ragazze imparassero veramente il mestiere, per paura della concorrenza.

Solo le più scaltre e intraprendenti riuscivano a carpirne la maestria. La maggior parte veniva tacciata di semi ottusità mentale: «Non è cosa!» chiosava la sarta dall’alto della sua scienza. E chi poteva contraddirla?

Così molto spesso accadeva che alcune ragazze continuassero il loro apprendistato finché non trovavano marito, con buona pace di tutti: quella delle mamme, che si mettevano a posto la coscienza, quella della sarta, che si assicurava una buona manovalanza a costo zero, e quella delle ragazze, che non dovevano fare alcuno sforzo per mettersi in gioco. In fondo dalla sarta si stava meglio che a sfaccendare in casa o, ancora peggio, a sgobbare in campagna: sedute in semicerchio attorno al braciere, dietro i vetri del balcone, tenevano gli occhi vigili sulla strada e la lingua sempre pronta a spettegolare di tutti e di tutto.

A scuola di ricamo, invece, si andava dalle monachelle della Croce, dove si facevano chilometri e chilometri di giornino attorno ai fazzoletti, alle lenzuola, agli asciugamani di filo e di cotone. Roba da perderci la vista, a contare quei fili: quattro per volta! Andavano intrecciati con la seta e fermati all’orlo con punti invisibili. E se − per difetto di vista o di volontà – la giovane apprendista intrecciava più dei quattro fili regolamentari, producendo colonnine sghembe e buchi troppo grossi e irregolari, la monachella le assestava un santo scappellotto sulla nuca e brontolava: «Chi ssu’ ‘sti scaravagghi?!»

L’alternativa alle suore, che assimilavano i punti di giornino mal riusciti agli scarafaggi, erano le fuane: tre sorelle, rigorosamente zitelle, le quali avevano davvero mani d’oro. Se ne stavano ad ingobbire tutto il giorno dietro i vetri del balcone, con il telaio sulle ginocchia. Doveva fare una certa impressione alla gente che passava dalla loro strada sentirsi addosso, tutti insieme, sei occhi acuti, tre bocche sfaccendate e tre manciate di denti avvelenati dalla zitellaggine. Dal che il nomignolo di fuane.

Ma Teresa non andò mai né dalla sarta, né dalle suore, né dalle fuane, perché la ’gna Mimma se la cavava bene sia nel cucito sia nel ricamo, e ad istruire la figlia ci pensava lei, nei ritagli di tempo avanzati ai lavori di casa.

Insomma, da quando erano arrivati i parienti miricani, Teresa aveva dovuto rinunciare ai suoi giochi all’aperto. Solo ogni tanto riusciva a strappare alla ‘gna Mimma il permesso di una sana scorrazzata. Per convincerla era capace di rifinire a giornino i quattro lati di un fazzoletto. Allora correva fuori a giocare con la bambola, oppure a munziḍḍuzzu, con le mandorle. Nessuno era capace di lanciare con tanta destrezza la cciappa, che doveva essere piatta e liscia, né troppo pesante né troppo leggera, affinché scivolasse rapida sul selciato. Solo lei riusciva a mirare e calibrare la forza da imprimerle perché si animasse di vita propria e scivolasse, fulminea e precisa, in un urto esplosivo, che mandava a rotoli i mucchietti di mandorle parati sul terreno da ogni giocatrice.

IV

Teresa giocava con la bambola, quando Masino le passò davanti, con la sua fetta di pane ricoperta di zucchero e limone. Stranamente si limitò a lanciarle uno sguardo obliquo, sotto la coppola verde. Lei volle illudersi che l’avrebbe finalmente lasciata in pace, ora che erano cresciuti.

Aveva preso a soffiare lo scirocco e i rintocchi dell’Ave Maria cominciavano a risuonare nell’aria che imbruniva, adagiandosi come un velo scuro sui vicoli e i tetti muffi delle case.

Teresa detestava quei rintocchi, perché mettevano fine ai suoi giochi all’aperto. Inoltre sapeva che il giorno dopo avrebbe dovuto ingaggiare una nuova battaglia con la ‘gna Mimma e imbastire migliaia di punti a giorno, prima di strapparle il permesso di giocare fuori.

«Come te lo devo dire che ormai sei troppo grande per cuscittiare fuori come una bacchettona?!», le predicava sempre. Eppure, come al solito, si congedò allegramente dalle compagne di gioco e si avviò verso casa che era quasi buio.

Cantilenava una filastrocca che le aveva insegnato la ‘gna Mimma, la quale l’aveva appresa da sua madre Ciccina e questa dalla sua, percorrendo a ritroso gli oscuri e infiniti sentieri del tempo. La filastrocca avvertiva i bambini che, al suono dell’Ave Maria, Tappineḍḍa era per la via e che a mezzanotte era già dietro le porte: Quannu sona ‘Avimmaria’, Tappineḍḍa è via via. Quannu sona menzannotti, Tappineḍḍa è porti porti! Lei la canticchiava solo per abitudine. Da piccola aveva veramente creduto alla leggendaria megera che, alle prime ombre della sera, si aggirava per i vicoli in cerca di piccoli ritardatari da infilare nel sacco e portare via con sé, Dio sa dove. Ma ormai era cresciuta e sapeva che Tappineḍḍa era solo la proiezione delle ansie delle mamme e il deterrente dell’inesauribile voglia di giocare dei bambini. Così camminava tranquilla verso casa, stanca ma felice della giornata, trascorsa a giocare con la bambola e a munziḍḍuzzu. Aveva vinto un bel mucchio di mandorle, tanto che il suo sacchetto di juta color cannella quasi traboccava. Lei lo agitava al ritmo del suo passo claudicante per sentirle sbatacchiare. Nell’altra mano stringeva la bambola.

Intanto, a casa, la ‘gna Mimma guardava l’orologio: cominciava a far buio e Teresa ancora non tornava. Aveva appena congedato il nicosiano, l’ambulante dal quale aveva acquistato biancheria nuova per il corredo: cotone in pezza per confezionare lenzuola, filo bisso e lino per farne tovaglie da tavola e asciugamani da ricamare. Ormai Teresa cresceva a vista d’occhio e diventava sempre più bella e poi con quel carattere… la ‘gna Mimma era sicurissima che avrebbe trovato un bravo ragazzo da sposare, uno che l’avrebbe amata anche con la sua zoppia. Non poteva che essere così.

Comprava volentieri dal nicosiano, perché lo considerava un buon diavolo e le faceva sempre ottimi prezzi. E poi era convinta che quel poco che guadagnava se lo meritava davvero, perché tutte le sante mattine se ne partiva da Nicosia per vendere la sua merce nei paesi vicini. All’alba occupava l’intero bagagliaio della corriera con le sue trusce, poi saliva e si sedeva accanto all’autista a cicalare e fumare come una ciminiera. Intanto la corriera arrancava sui tornanti dissestati, sbuffando come un vecchio catarroso. Era così decrepita che quando pioveva bisognava aprire l’ombrello.

Giunto a destinazione, il nicosiano si caricava sulle spalle una truscia enorme, altre due, più piccole, le reggeva in mano e percorreva tutte le strade, perfino i vicoli più sperduti e inaccessibili, dove si poteva transitare solo a dorso di mulo. Lui invece lo faceva a piedi, carico più di un somaro, e gracchiava con la sua voce arrochita dal fumo di tabacco trinciato: «A magliettinaa a canottieraaaa».

La ‘gna Mimma sistemò la biancheria sul letto di Teresa, in modo che la vedesse subito quando arrivava, e si mise in cucina a preparare la cena.

Teresa aveva imboccato l’ultimo vicolo verso casa. Soddisfatta della sua giornata e particolarmente affamata, camminava immaginando cosa stesse preparando per cena la ‘gna Mimma. D’un tratto vide Masino fermo in fondo al vicolo. Le gambe larghe, la coppola di velluto verde calata sulle orecchie a sventola, gli occhi come lame di coltelli, un ghigno sulla faccia sporca.

Era sbucato nella semioscurità del vicolo all’improvviso.

Nonostante soffiasse lo scirocco, Teresa sentì un brivido attraversarle la schiena, anche perché sapeva che quel vicolo era completamente deserto. La prima casa abitata si trovava appena svoltato l’angolo ed era quella della 'gna Minica.

Di solito la donna se ne stava seduta dietro le mezze giare, schierate sui poggioli del suo annito. Vi piantava di tutto, dai gerani ai fagiolini, nel tentativo di coniugare l’utilità degli ortaggi alla fatuità dei fiori, in bilico com’era tra concretezza e voglia di mostrare un buon gusto e una sensibilità che non le appartenevano affatto. Era la moglie di Betto, il proprietario della taverna dove Mariano trascorreva le sue giornate, quando veniva in paese.

Insieme alle piccole “piantagioni” delle mezze giare, la donna coltivava una grande passione che le riempiva completamente la vita: il pettegolezzo.

Rispetto alle altre donne che condividevano con lei la medesima passione, ma potevano dedicarle solo il tempo avanzato all’accudimento dei figli, ai lavori di casa e alle incombenze legate alla campagna, la ‘gna Minica aveva dalla sua intere giornate, visto che non aveva figli e il lavoro del marito non la coinvolgeva affatto. Lei poteva fare la signora, come amava dire. Per questa ragione se ne stava sempre appostata dietro le sue mezze-giare e non si lasciava sfuggire nulla di quanto accadeva nei dintorni. La sua casa era il quartier generale del cortiglio paesano. Non c’era evento, fatto, circostanza o accadimento, di qualsiasi genere e natura, che in quella casa non venisse sviscerato, vagliato e, ove necessario, arricchito di ulteriori dettagli e fantasiosi sviluppi.

Quella sera, però, la ‘gna Minica era stata distolta dalle sue abituali occupazioni cortigliesche, perché il marito era in casa e stava litigando di brutto con il fratello per l’eredità di un terreno. Per questa ragione, la donna aveva chiuso le imposte a doppia mandata, onde evitare che le altre comari potessero udire i fatti suoi: lei ci teneva molto alla sua riservatezza!

In quelle condizioni non avrebbe potuto vedere né udire quello che di lì a poco sarebbe accaduto a Teresa.

V

Lo scirocco arrochiva nell’aria, levando mulinelli di polvere e sabbia.

Masino era ancora fermo in fondo al vicolo, gambe larghe e mani ai fianchi.

Teresa sentì un tremito infiacchirle le gambe, ma doveva continuare, non aveva scelta.

Quando si trovarono faccia a faccia, Masino la squadrò dalla testa ai piedi e biascicò, come se masticasse le parole e gliele sputasse in faccia: «Non ti vergogni con queste minne di giocare ancora con la pupa? Sciancata!».

Impietrita, Teresa riuscì solo a guardarlo con occhi pulsanti il ritmo del cuore in tumulto.

«Avanti scappa, si hai curaggiu!» la sfidò.

Lei realizzò subito di essere in trappola: davanti c’era lui, ai lati i muri scalcinati delle case vuote e dietro avvertì la presenza dei suoi scagnozzi, che avanzavano come un branco di lupi silenziosi. L’unica speranza che le restava era la casa dell’occhiuta ‘gna Minica, oltre la cantonata. Doveva riuscire a svoltare il vicolo.

Raccolse tutte le forze e arrancò a sinistra, verso il muro, ma Masino le si parò davanti con un agile balzo. Provò a sgusciare a destra, ma lui tornò a sbarrarle il passo, sghignazzando. Allora desistette, ma continuò a tenergli testa, sostenendo il suo sguardo.

Lui pregustò il trionfo, sogghignando a denti stretti. Sapeva che era una tipa tosta, ma questa volta la sua spocchia non le sarebbe servita a nulla: i suoi scagnozzi le erano già dietro. Infatti, ad un suo cenno, Peppe afferrò Marietta per le braccia, gliele torse dietro la schiena e le tappò la bocca. Era questa la prova che doveva superare per entrare a far parte della banda.

Il sacchetto che Teresa stringeva in mano rovinò a terra e le mandorle rotolarono, incuneandosi nelle fessure del selciato. La bambola gliela strappò via Masino e la lanciò lontano, smascellandosi dalle risate.

Teresa cercò di divincolarsi, scalciando, ma la fragilità della gamba non l’aiutava. La trascinarono sotto l’arco maleodorante di una catapecchia abbandonata.

Masino continuò a sovrastarla e a sfidarla con gli occhi. Le labbra stirate in un ghigno malvagio, le sferrò un calcio proprio sulla gamba indebolita dalla polio. Lei perse ogni appiglio, rimanendo completamente in balia di Peppe, che continuava a serrarle le braccia e la bocca. Allora Masino le afferrò la maglietta e la alzò berciando: «Taliati cca, ora pure alle sciancate ci crescono le minne!»

Il coro di risate che ne seguì sovrastò i gemiti di Teresa, soffocati da quella mano lercia stretta sulla bocca.

Le si strinsero tutti intorno. Puzzavano di sudore e sporcizia.

«Eh dai, non fare tutta ‘sta farsa, buttanella, che pure a te ti piace!», insinuò, sarcastico, Masino, mentre le afferrava il seno con quelle mani sudice e appiccicose di zucchero.

A Teresa parve di vivere uno di quegli incubi in cui, insieme alla forza di muoversi, le mancava anche la voce per gridare aiuto. Cercava di divincolarsi con tutte le sue forze, ma più si agitava più la morsa dietro la schiena si stringeva e la mano le premeva sulla bocca, così forte da farle mancare l’aria. Riusciva ad emettere appena un gemito soffocato. Mai come in quel momento desiderò che quella pettegola della ‘gna Minica fosse appostata dietro le sue mezze-giare. Invece era sola, mentre le mani di Masino le si moltiplicavano addosso come i tentacoli di una piovra, mentre Peppe le si strusciava dietro e gli altri si godevano la scena emettendo un coro di grugniti, in attesa del loro turno. Era disperatamente sola, mentre la fame d’aria cominciava a farle girare la testa e il cuore sembrava dovesse esploderle da un momento all’altro, tanto le batteva forte. Chiuse gli occhi e provò a raccogliere le energie residue per divincolarsi. Ma più si agitava più le piovevano addosso calci, pugni, ginocchiate… Poi un dolore improvviso le schiantò la testa: le tiravano i capelli e la trascinavano giù. Si ritrovò a terra. Peppe le si accovacciò addosso, da dietro: le ginocchia ossute sulle spalle, le cosce strette intorno alla testa e quella mano sempre più pressata sulla bocca. Sentì le pietre del selciato conficcarsi nella schiena. Masino continuava a fissarla con il suo ghigno beffardo e lo scintillio crudele degli occhi.

Allora si sentì perduta. Pensò che sarebbe morta così, nella semioscurità di quell’Ave Maria in cui Tapineḍḍa si era davvero incarnata in quel branco di bulli incattiviti dalla vita. Eppure sfidò ancora il suo aguzzino, con lo sguardo. Nei suoi occhi c’era rabbia, paura, disperazione, dolore, odio… tutto c’era, fuorché la rassegnata sottomissione della vittima che Masino si aspettava.

Intanto, oltre la cantonata del vicolo, in casa della ‘gna Minica, la lite era degenerata. I due uomini avevano dibattuto a lungo la questione dell’eredità ma non erano riusciti a trovare un accordo. Così, dai toni accesi stavano passando alle vie di fatto. Ma la ‘gna Minica, donna scaltra e di provata esperienza, era riuscita a scongiurare il peggio. E adesso, il viso paonazzo e i capelli scarmigliati, scortava il cognato giù per le scale, mentre il marito continuava a sbraitare e minacciare tra le piantagioni delle mezze-giare, allineate sul poggiolo.

Fortunatamente, il trambusto del litigio, il rumore del portone e il tramestio dei passi, misero in fuga il branco. Ma prima di lasciare la sua preda, Masino le sputò addosso e i suoi scagnozzi lo seguirono a ruota. Peppe, invece, si attardò per pisciarle addosso.

Teresa rimase a terra, come paralizzata. Poi, lentamente, riuscì ad alzarsi, ma stentava a reggersi in piedi. Si appoggiò al muro per riprendere fiato e consapevolezza di sé.

Intanto, dietro l’angolo, la ‘gna Minica richiudeva il portone e raggiungeva il marito sull’andito.

Teresa provò a camminare, ma le gambe erano frasche e i piedi macigni: non riusciva a trascinarli. Eppure non fiatò. In silenzio ricacciò le lacrime, si sistemò alla meglio e, sorreggendosi al muro, arrancò oltre la cantonata fino a raggiungere la fontanella, situata proprio di fronte alla casa della ‘gna Minica. Aveva la bocca arsa e amara. La sciacquò sotto il getto dell’acqua fresca, bevve e si lavò mani e faccia, poi bagnò il fazzoletto e cercò di ripulirsi alla meglio dagli sputi e dal piscio.

«Dio, ti ringrazio!», sospirò, vedendo la ‘gna Minica sull’andito, pur sperando che non si accorgesse del suo stato. Ma l’occhio allenato della donna, sebbene al buio, mise subito a fuoco gli elementi sospetti e le chiese con tono inquisitorio: «Che c’è, Teresa? Che ti successe?».

«Niente, ‘gna Minica, niente! Attruppicai e mi feci un poco male al ginocchio», mentì, cercando di assumere un tono di voce che non tradisse l’angoscia e la paura che la divoravano. Era la prima volta che la presenza di quella pettegola le dava conforto.

«Aspetta che scendo e ti ci metto un poco di spirito».

«No, ‘gna Minica, grazie. Una cosa da niente è. Non ce n’è di bisogno. Ci ho messo un poco di acqua. Ora me ne vado a casa che è tardi».

La ‘gna Minica rimase un po’ perplessa: la cosa le puzzava alquanto. Se fosse stata nel pieno delle sue facoltà, avrebbe indagato oltre, non l’avrebbe certo bevuta tanto facilmente. Ma il marito la richiamò in malo modo e, suo malgrado, dovette precipitarsi in casa.

Teresa raccolse la bambola, la strinse forte e arrancò verso casa più in fretta che poté. Il cuore le batteva ancora forte e aveva la bocca asciutta, nonostante avesse appena bevuto. Tutto, dentro, fuori e intorno a lei, era improvvisamente cambiato, pur restando uguale. Le ombre della sera seguitavano a spegnere sui tetti le luci rossastre del tramonto e in cielo si accendeva un ciottolo di luna. Un vivace acciottolio di stoviglie inondava i vicoli, insieme al profumo della cena. Piccoli drappelli di galline accorrevano ai richiami gutturali e agli schiocchi di lingua delle donne, che si intrecciavano e smarrivano da un vicolo all’altro. Teresa le incrociava, ma non le vedeva. Di solito si divertiva a spaventarle: batteva forte le mani e quelle si accovacciavano, paralizzate dalla paura, oppure svolazzavano starnazzanti in una nuvola di piume. Ma quella sera il mondo si era capovolto e lei si sentiva più stupida e spaventata delle galline.

CAPITOLO 6

«A ‘st’ura t’arricampi?! – la rampognò la ‘gna Mimma, quando la sentì chiudere la porta − Ma come te lo devo dire che a giocare fuori non ci devi andare più?».

Trafficava in cucina, dandole le spalle, così non poté vederla.

«Vâ, spicciti. Lavati le mani e conzala tavola che già ora di mangiare è.»

Teresa non se lo fece dire due volte, non avrebbe mai sperato di riuscire a rimettersi in sesto, prima che sua madre la vedesse.

Solo adesso comprendeva le sue ragioni e si rammaricava di non averle dato ascolto.

D’impeto fu quasi tentata di raccontarle tutto, dirle che aveva ragione lei: Tappineḍḍa esisteva davvero. L’aveva incontrata in carne ed ossa quella sera e aveva cercato di infilarla nel suo sacco e portarla via per sempre. Avrebbe voluto piangere tra le sue braccia, lasciarsi abbracciare, carezzare e ricoprire di baci, come faceva da piccola. Invece si costrinse a tacere.

Sentiva lievitarle dentro uno strano impasto di rabbia, angoscia, vergogna, pudore, imbarazzo, colpa, peccato… un tale inestricabile e doloroso groviglio di sentimenti che le impediva di parlare. Solo l’idea che qualcuno sapesse, la faceva stare peggio, e non riusciva a capire perché, quasi fosse lei colpevole, non vittima. Forse a complicare il suo stato d’animo contribuiva quell’alone di mistero che aleggiava intorno al sesso: quell’alludere, quell’ammiccare, quell’alimentare il senso del peccato, quel proibire, quel sottendere la colpa…

E mentre cercava di gestire l’angoscia, si lavò a fondo, tamponò i lividi con acqua fredda, si pettinò, indossò il pigiama, lavò i vestiti, insozzati di sputi e piscio, e tornò in cucina ad apparecchiare la tavola, cercando di non lasciare trapelare nulla.

Ma la ‘gna Mimma si accorse subito che non era al suo solito. Quel sorriso puro e luminoso che le abitava gli occhi, quella sera era spento. E poi notò anche i lividi che non aveva potuto coprire.

«Che fu, Teresa? Ti succiriu qualche cosa?», le chiese, preoccupata. Teresa mentì anche a lei, ma la notte covò propositi di vendetta. Il solo pensiero di Masino e di quella sua coppola verde tirata fin sulle orecchie a sventola, la faceva impazzire di rabbia.

Sapeva quanto fossero vigliacchi, presi uno a uno, lui e la sua banda. La forza la traevano dall’agire in branco. Ma lei non gliel’avrebbe data vinta, né avrebbe rinunciato alla sua libertà di giocare in strada.

Escluse subito l’idea di chiedere aiuto a suo padre, perché avrebbe dovuto raccontargli tutto, e lei si vergognava da morire. Magari lo avrebbe saputo anche Mariano, proprio lui che, più volte, anziché aiutarla, si era schierato dalla parte degli aggressori. E poi tutto questo avrebbe significato ammettere la sua debolezza, e quindi sancire la sua condizione di preda, fare il gioco di Masino e della sua banda, che avrebbero continuato a perseguitarla come il gatto con il topo.

No, se la sarebbe sbrigata da sola. Doveva farlo.

Solo ora si spiegava perché Lucietta, la sordomuta, che prima giocava in strada fino a tardi, da un po’ di tempo non voleva più uscire di casa. Ma a lei questo non sarebbe successo. Lei non si sarebbe lasciata soggiogare tanto facilmente. Avrebbe affrontato Masino, da solo. Doveva dimostrargli che la zoppa era più malandrina di lui. Altro che femminuccia! Gli avrebbe fatto rimangiare, uno a uno, tutti i suoi insulti. Lo avrebbe fatto pentire della brutalità con cui aveva violato e oltraggiato l’intimità e il pudore della sua adolescenza e calpestato la sua dignità di persona.

Tutta la notte fu travagliata da questi pensieri, mentre combatteva la sua guerra contro la paura. Non sapeva spiegarsi se fosse rabbia o solo follia la molla interiore che la spingeva a reagire in quel modo. Ma non le importava saperlo. La sola cosa che contasse per lei, in quel momento, era reagire.

Consapevole di non poter contare sulla forza fisica, decise di agire d’astuzia. Di certo Masino credeva di averla già in pugno e, prima o poi, sarebbe tornato all’attacco. Non avrebbe mai pensato possibile che la sciancatapotesse affrontarlo. L’imprevedibilità della sua mossa le avrebbe fatto gioco. Anziché dormire, progettò il suo piano nei minimi dettagli e questo l’aiutò a stare un po’ meglio.

Rimase in casa un paio di settimane, per lasciare sedimentare la cosa e cogliere Masino di sorpresa, quando si fosse sentito ormai sicuro di averla fatta franca. Intanto analizzò mentalmente il percorso che il ragazzo faceva tutte le mattine per distribuire il latte nel suo quartiere. Poi entrò in azione.

Si alzò, si vestì e uscì di buon mattino. Scelse con cura una stradina rialzata, protetta da un muretto, e vi si appostò dietro con la fionda e una buona scorta di pietre.

A furia di esercitarsi con la scarpa sulla testa del vecchio Peppensù, era diventata più brava di un maschiaccio a tirare di fionda.

Masino si avvicinò. Aveva il capirone del latte a tracolla e nella mano destra il mezzo litro di vetro per misurarlo. Stranamente non portava la coppola verde e aveva i capelli unti e arruffati, che gli davano un aspetto ancora più sporco e trasandato del solito.

Teresa trattenne il fiato e cercò di concentrarsi sul bersaglio, ma le sue mani tremavano e il sudore le imperlava la fronte. Strinse i denti e respirò profondamente. Fu allora che sentì le braccia di suo padre cingerle le spalle e guidare le sue mani sulla scarpa. Non era sola, quindi non poteva sbagliare, o avrebbe colpito il vecchio Peppensù. Allora le mani smisero di tremare, il sudore della fronte si arrestò e il respiro tornò regolare. Si sporse dal muretto, la fionda stretta nella mano sinistra, tesa avanti a sé, caricò la pietra più appuntita, la fece aderire all’elastico, tirò indietro con forza, mirò e la fiondò contro il bersaglio con un colpo netto e deciso. La pietra sibilò nell’aria, vi dipinse un rapido baleno e colpì Masino in piena fronte.

Il ragazzo trasalì e vacillò sulle gambe; il capirone del latte rotolò per terra e il suo contenuto si disperse in mille rivoli sul selciato; il mezzolitro di vetro si frantumò; Masino portò le mani sulla ferita e fu colto dal terrore, alla vista del sangue che gli scorreva lungo il braccio e gocciolava a terra dal gomito. Teresa lo chiamò e, mostrandogli la fionda, gli disse a denti stretti: «La prossima volta in un occhio ti piglio, ghiaccu! Ricordati che Teresa, â sciancata, nun si scanta di nuḍḍu!».

Il ragazzo la guardò sconcertato.

Da quel giorno lui e il suo branco le girarono alla larga.

Eppure, nonostante la sua vittoria, Teresa sentiva di avere perso per sempre qualcosa.

 

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