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Napoli secondo Matteo

Simona Vassetti e Vassetti vassetti

Il mio fiato crea un alone sul vetro della terrazza chiusa in questa notte invernale. Le lacrime velano la scia dei fari delle auto, in fila al semaforo di Piedigrotta.

Sussulto quando la mano di Carlo mi sfiora: ≤Ti ho spaventata? ≥, mi chiede. ≤Ero sovrappensiero≥, rispondo senza voltarmi.

≤Cosa c’è? ≥, continua premuroso. ≤Nel letto continuavi ad agitarti≥.

Il mio volto sotto il suo sguardo non ha difese: scorge le mie lacrime appena frenate dalle dita della mano.

≤Sono stata cieca, tesoro≥.

Carlo mi guarda senza comprendere, gli prendo la mano e ci sediamo sul divano.

≤Sai come sono fatta: certe persone non mi piacciono a pelle. In classe adoro i ragazzi ordinati, ben educati e rispettosi. Sono un po’ snob verso gli altri alunni, di alcuni non so quasi nulla.

Diventano cognomi su un registro, ai quali assegno, con troppa severità, voti e giudizi. Poi vado oltre, seguendo i miei principi.

I miei pregiudizi≥.

Carlo mi guarda con dolcezza, la stanchezza appanna le sue reazioni, ed io devo aiutarlo a capire.

≤Oggi pomeriggio mi è crollato il mondo addosso mentre correggevo i compiti in classe. Il tema era semplice, La mia città, assegnato come esercitazione in assenza di trame originali.

Cuomo e Privitera hanno scritto il solito tema senza sbavature, entrambi perfetti dall’inizio alla fine.

Freddi dall’inizio alla fine.

Non c’é niente che leghi la vita di questi ragazzi alla propria città, al luogo che li vede crescere e che li vedrà diventare adulti.

Ad uno ad uno, tutti i compiti mi hanno deluso.

Tranne uno.

Quello di Matteo Ricci≥.

Un nodo in gola si è formato al nome di quest’alunno: a volte, certe parole scritte lasciano un segno più profondo di una ferita sulla pelle. Sollevo lo sguardo, Carlo non riesce ancora a comprendere del tutto. Allora raccolgo il tema di Matteo, il primo nella cartellina sullo scrittoio, e ritorno diligentemente da mio marito per leggerglielo.

 

La mia città

Ogni mattina dalla finestra della mia camera osservo carte e cartuscelle volare sollevate dal vento, poi giungono gli ambulanti che con la loro voce richiamano l’attenzione nello spiazzo davanti casa.

Queste immagini e questi suoni fanno parte della mia colazione, oltre ai litigi mattutini tra mia madre e la nonna.

Mamma apre le finestre e i balconi dell’appartamento, per creare un po’ di corrente per la nonna che, “Fa cavère”, si lamenta bloccata su una sedia, agitando perennemente un ventaglio.

Nelle giornate più calde il fetore dell’immondizia sale fino al nostro appartamento al secondo piano, allora dobbiamo chiudere le imposte e per tenere buona la nonna accendiamo il ventilatore.

In inverno, la nonna pretende la stufa davanti le sue gambe perché ha freddo senza il riscaldamento. Si lamenta che queste case cadono a pezzi.

Per sfuggire alle solite storie cerco di prepararmi velocemente: sono contento di venire a scuola.

Lungo il tragitto per raggiungere la fermata della metropolitana, dribblo lattine vuote, devio siringhe e cocci di bottiglie di birra sparse sul prato, saltando su cumuli d’immondizia o carcasse di elettrodomestici abbandonati.

Il viaggio in metro è un vociare confuso, risate di coetanei, donne di colore dalla lingua straniera, bambini rom che chiedono l’elemosina. Siamo così abituati alla loro litania che nessuno si accorge più delle piccole manine sporche che lasciano aperte, in attesa di qualche centesimo.

Sul treno incontro dei ragazzi del mio quartiere, con alcuni di essi gioco a pallone nel parco di fronte casa; pochi vanno a scuola, la maggior parte, invece, va in centro per “affari”.

Mi sfottono per il tempo che spreco sui libri. A volte sono tentato di seguirli, in fondo, basterebbe scendere un paio di fermate dopo. Il mio percorso metropolitano finisce prima e sui libri di scuola, anche se faccio fatica a tenere il passo con i miei compagni di classe.

A casa non ho nessuno con cui confrontarmi, la mia sorellina è troppo piccola, né mi sento di chiedere ai miei compagni di studiare insieme; credo che la maggior parte di essi ignori dove abito.

Io, del resto, non conosco bene la mia città; abito a Secondigliano, e sempre più spesso penso di vivere in un ghetto di cui si nutre la cronaca nera. A Napoli ci vengo raramente, mio padre lavora anche il sabato e la domenica vuole riposare.

Desidero andarmene dal mio quartiere, per questo devo finire gli studi.

Mia mamma qualche volta si lamenta, dice che sarebbe meglio se lavorassi, che lo stipendio da operaio di mio padre non basta; invece mia nonna è l’unica ad incoraggiarmi: “Bravo guagliò, continua a studià. – mi ripete - Un domani te ne potrai andare da questo posto. Nun stà a sentì a nisciun’.”

Voglio bene a mia nonna.

Mi ha promesso che se sono promosso mi dà i soldi per andare ad Ischia, l’isola dov’è nata. Dice che è bellissima e che ci devo andare al posto suo, ora che non cammina più.

Io il mare l’ho visto solo in televisione, ma mai da vicino, nemmeno una volta.

Deve essere bellissimo. A volte me lo sogno ad occhi aperti: ieri ho immaginato che l’edificio dove abito, la Vela, sospinta dal vento abbia raggiunto il mare ed abbia preso il largo, così mia nonna poteva ritornare sulla sua isola e io l’accompagnavo a trovare il nonno al cimitero.

Non ho mai conosciuto il nonno, ma l’ho visto sulle fotografie che la nonna conserva gelosamente in una scatola di latta.

Lì dentro, oltre alle foto, ho trovato una cartolina del golfo di Napoli e del Vesuvio, incorniciati da un maestoso pino.

Mi piace moltissimo.

La nonna mi ha raccontato che quella foto è stata fatta da Posillipo, la collina più panoramica di Napoli; e in quel luogo così romantico, il nonno la baciò per la prima volta.

Mi hanno detto che il pino di quella cartolina è stato tagliato, ma io non glielo voglio dire alla nonna per non farla dispiacere.

Napoli però non è quella cartolina…

Quando vengo in centro, la città mi sembra così diversa dalle immagini che conserva la nonna: è frenetica e vitale, allegra di colori e incasinata di traffico. Il suo fascino consiste nel contenere in sé due anime opposte: da una parte l’anima gentile e ricca di storia, orgogliosa delle sue bellezze, dall’altra un’anima nera, dolente e pigra che si abbandona al degrado.

Sono orgoglioso d’essere napoletano anche se quando ritorno a casa mi sembra di abitare così lontano dalla città, il mio è un quartiere di Napoli, ma di quella Napoli di cui non va fiero nessuno.

Spero di essere promosso, così accompagnerò la nonna ad Ischia e io, finalmente, vedrò il mare.

E forse un giorno, se avrò un buon lavoro, comprerò una casa al centro di Napoli e porterò con me tutta la famiglia.

Perché solo così riuscirò a sentirmi veramente napoletano!

 

Non c’è più nulla da leggere né altro da aggiungere.

Fa freddo, ma mi sento protetta dall’abbraccio rassicurante di mio marito e consapevole per ciò che ho capito leggendo le parole del tema di Matteo Ricci.

Abbandono il capo sulla spalla di Carlo e mi assopisco, mentre fuori comincia ad albeggiare.

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