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La Tempesta

Rocco Herman Puppio

Il temporale si era allontanato verso la linea netta che separava il mare scuro da un cielo che si vendicava con un blu ancora più nero. I lampi oramai in lontananza non facevano nessun boato se non chiome di rami luminosi e distanti.

Il lungomare odorava di fresco, le pozzanghere riflettevano la luce argentata degli squarci serali tra i nuvoloni che cominciavano ad aprirsi.

L’ombra di un uomo sfidava le ultime gocce di pioggia.

Paolo camminava senza avvertire il fumo della sigaretta che gli scendeva e risaliva dai polmoni.

La pioggia, gli aveva bagnato la schiena; era il monito che poteva sentire ancora un segno del fragore del mondo.

Una coppia di adolescenti ancorati in una forte stretta di mani, correndo gli sfiorò una spalla, ridevano, pensò che si poteva essere felici anche sotto la pioggia.

Alla rotonda del lungomare, le giostrine coperte dai teli di plastica verde militare sembravano resti ammassati dopo una catastrofe nucleare.

Andò a sedersi ad una panchina di pietra; il rimorso che aveva lasciato i bambini a casa, soli, gli venne a galla come un bolo di vomito che gli impedì di lanciare un urlo.

Era una giornata come tutte le altre, badare a Lucia e Simone dalla mattina alla sera, e quando crollava e gli arrivava il sangue alle tempie, usciva di casa sbattendo la porta, lasciarsi alle spalle la sua vita presente e passata. E Laura era morta.

Non gli aveva dato il tempo di imparare ad essere un buon padre e forse neanche un buon compagno. Ma ora c’erano Lucia e Simone, troppo piccoli per apprendere che essere umani non si nasce, ma se si ha fortuna, si può tentare di diventarlo. E forse per Paolo era l’ultima occasione se accettare questa scelta, che sembrava la prova di sopravvivenza alla sua Hiroshima, oppure rinunciare a qualsiasi sfida di rinascita.

Erano passati sei mesi, e sembrava che tutto gli potesse esplodere nelle mani come la deflagrazione del risveglio dalla realtà di un incubo notturno e ritrovarsi senza niente attorno.

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