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L'altare insanguinato II - Il fiore del male

Gabriele Consorte

Come quando l’ago entra nel panno a ricamare la linea che comporrà, punto dopo punto, i contorni della figura intessuta, così, da un anonimo angolo di cielo, il cammino di luce di un fulmine ebbe il suo inizio. Continuò la sua corsa eterea finché non giunse il momento di lasciare che da sé si dipanasse l’elettricità di infinite altre vie. E fu come se il firmamento non fosse altro che un vaso fatto di cocci riattaccati tra di loro, messo per un istante in controluce a rivelare l’enorme estensione delle crepe nascoste dietro la sua apparente uniformità.

Giorgio alzò lo sguardo. La cupola nera che sovrastava il bosco sembrò vomitare fuoco, rinchiuderne le fiamme nelle gocce di quell’acqua violenta che sferzava i rami degli alberi, costringendoli a prostrarsi, a chiedere pietà. Tutto fu bianco.

Oltrepassato il cancello che separava via del Quarto dalla stradicciola sterrata per la radura, cercava di farsi strada, di non lasciarsi fermare dalla forza impetuosa del temporale. Perché Janus aveva rapito sua figlia per riconsegnargliela proprio in una notte come quella? Cosa aveva in mente?

Un grosso animale selvatico uscì fuori da un cespuglio e sfrecciò davanti a Giorgio. Menolini gridò, ma la sua voce fu strappata via dal suono dell’acqua che si mescolava alle tenebre. Poggiò la mano destra sull’albero che si trovava lì vicino e cercò di riprendere fiato. “È una fortuna che questo temporale soffochi i suoni. Così, lui non sa ancora che sono arrivato” pensò, rassicurato, mentre la bestia si allontanava correndo per cercare un nuovo rifugio, insieme alla scarica di adrenalina che aveva provocato.

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