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INVERNO IN CAMPAGNA

Carmela Tuccari e Carmela Tuccari

INVERNO IN CAMPAGNA

(1951 l’anno delle alluvioni)

“Così li circondò

l’inverno, con ferocia

possente. Sparse il fiato

di ghiaccio in mezzo a tutti.

Aizzò i diversi venti

a contrastarli..........”

Declamava a gran voce lo “zio Arciprete” camminando avanti e indietro per le stanze che si susseguivano senza interruzione una dopo l’altra. A voce alta recitava la lunga tiritera di cui noi bambini non comprendevamo le parole, se non quelle del primo verso, intrappolati come eravamo in casa per via dell’inverno arrivato troppo presto. Quest’omone alto e corpulento che conosceva Goethe, sapeva la Divina Commedia a memoria e recitava i Salmi in latino, era un lontanissimo e imprecisato parente della nonna. Di tanto in tanto veniva a farci visita attirato dai gustosi manicaretti della ‘gna Carmela e dall’amabile accoglienza della “cara cugina”. Perché tutta la famiglia lo trattasse con rispetto e deferenza, chiamandolo “Zio Arciprete”, nessuno di noi l’ha mai compreso. Si fermava solo due o tre giorni, al massimo una settimana durante le feste; ma quella volta, in campagna, era stato preso in ostaggio anch’egli dal maltempo. Costretto a restare più a lungo del previsto, sembrava un leone in gabbia.

La proprietà si trovava in un luogo isolato e per giungervi, provenendo dalla strada statale, bisognava percorrere una trazzera “mmazzacanata” tutta buche, avvallamenti, “chiapparu”, con l’auto che sobbalzava a ogni “scaffa”. La casa padronale, circondata da vigneti e alberi da frutto, era una costruzione bassa e rettangolare con i muri di pietra lavica squadrata; comprendeva una teoria di stanze con le finestre che si aprivano sul baglio, partendo dall’ampio ingresso esposto sud, e quattro stanze da letto sul retro. In fondo, la vasta cucina prendeva tutto il lato nord e accanto vi si trovavano le stanze più piccole, due per la servitù, una di lavoro e vari sgabuzzini. Mancavano i servizi igienici. Due stanzini quadrati con il “cesso” si trovavano alle estremità del caseggiato e per accedervi bisognava uscire fuori dall’isolato. Altro inconveniente era la mancanza della luce elettrica. In compenso avevamo l’acqua potabile sempre freschissima, proveniente da una sorgente situata a pochi chilometri nella parte alta della collina. Per poterci lavare senza rimanere intirizziti la si poteva riscaldare nel boiler della grande cucina economica.

Nel primo periodo della vendemmia villeggiavano insieme a noi il fratello minore di mio padre e la sua numerosa famiglia, oltre a parenti stretti e parenti lontani e qualche amico. Ci divertivamo molto, fino a quando i miei cugini grandi che andavano al liceo non facevano ritorno in collegio. Dopo, il soggiorno diventava monotono e aspettavamo con ansia di ritornare in paese e andare a scuola seppure con molto ritardo rispetto agli altri alunni. Avevamo, comunque, sempre recuperato il tempo perduto. La villeggiatura si concludeva il giorno di San Martino con un’abbuffata di castagne che facevano una “gran muschettaria” nel forno per poi venir gustate ancora bollenti, assaggiando il vinello nuovo. Anche in quella occasione la grande cucina si riempiva di gente. Poi “si chiudeva bottega” poiché i lavori invernali erano pochi e si lasciava riposare la terra.

Quell’anno non fu così. A metà ottobre una devastante alluvione si era abbattuta su quasi tutta Sicilia orientale, provocando ingenti danni. La violenta e abbondante pioggia, caduta in cinque giorni, e il forte vento avevano causato in città il crollo di alcune abitazioni e si erano registrati diversi morti. Il fiume Simeto era esondato invadendo tutti i terreni circostanti. Il 1951 dai catanesi è ricordato come l’anno più terribile per Catania. Fino a noi quel nubifragio era arrivato un poco attenuato, ma disastri ne aveva fatti tanti, bloccandoci in un luogo sperduto perché le strade erano impraticabili. A questo si era aggiunto un fatto nuovo. Don Brasi, il massaro vissuto nel casale fin da bambino, era morto improvvisamente. “Un infarto” aveva diagnosticato il medico. Fu un dispiacere per noi tutti. Ma l’unico figlio che come “u sceccu rinatu”cioè renitente alla fatica, aveva acconsentito, volente o nolente, a lavorare con il padre, a quel punto decise che sarebbe tornato in paese. “Voscenza deve capire. Abbiamo due figlie da maritare e su biddicchi, non voglio che sposino un bracciante o ‘n- jiurnataru. I masculeddi su ancora troppu picciriddi pi travagghiari…” cercava di scusarsi la moglie e si intuiva che ad insistere fosse stata lei. “Macari i pulici hannu a tussi” aveva mormorato tra sé e sé la nonna, poi si era rassegnata. “Meglio così” aveva sentenziato “Pitrinu è ‘n-malutravagghiaturi di primordine!”. Intanto bisognava andare alla ricerca di un nuovo guardiano per il fondo, cosa non facile, quindi “fino a quando non si sa, dobbiamo restare qui, mentre aspettiamo di trovare un sostituto del povero Biagio”aveva concluso.

Così era stato! Eravamo rimasti in campagna per dei lunghissimi mesi, e con noi quell’antipatico dell’arciprete, poiché il convento dove si era ritirato dopo essere andato in pensione era stato dichiarato inagibile. A lui si era aggiunto lo “zio Pepé”, un altro “zio” questa volta cugino “vero” della nonna. Perché si dovesse dare quell’appellativo alle persone più grandi non l’ho mai capito. Ma tant’è che bisognava essere rispettosi o guai a noi. Alto, emaciato, segaligno quanto l’altro fosse grasso e rubicondo, costui aveva un gran naso camuso che a noi faceva impressione. La nonna aveva detto che si trattava di una malattia, il cosiddetto “lupus”. Questo ci aveva inquietato ancor di più. Associavamo la sua figura a un cane col tartufo rimastogli appiccicato sul muso o a un lupo trasformato in umano da una fata benevola come la nonna. Quei due erano come “cane e gatto” e si misuravano in continue diatribe verbali. Coltissimi entrambi, ma di vedute contrastanti, inscenavano un continuo spettacolo teatrale a cui assistevamo tutti. Per quanto spaziosa la casa in quel periodo, per noi che non potevamo giocare fuori, era diventata una prigione. Altro che Estate di San Martino e scorpacciata di castagne scoppiettanti. Durante la breve tregua concessa dal maltempo “don Tano il cocchiere”, adesso elevato al rango di “autista”, era andato in paese dal Signor Direttore della Scuola Elementare a ritirare il programma svolto in quei primi mesi. Così fummo costretti a studiare al mattino e fare i compiti al pomeriggio. La mamma si era improvvisata maestra e, secondo me, era anche più brava del mio maestro e della maestra di mia sorella. Dopo gli acquazzoni torrenziali, la pioggia continuò a cadere lenta e costante per quindici giorni di seguito. Era come se l’inverno avesse anticipato la sua venuta. Patimmo il freddo, ma non la fame. La saggezza previdente della nonna aveva fatto sì che la dispensa fosse piena di ogni ben di Dio. Le verdure nell’orto marcivano tutte, ma in compenso c’erano le conserve sott’olio di peperoni, melanzane, carciofi e altro. Peppina la cameriera andava ogni mattina a prendere le uova nel pollaio, con gli stivaloni e il cappuccio della mantellacerata sulla testa. Spesso tirava il collo a qualche gallina vecchia e ci faceva gustare un buon brodo con i tortellini fatti in casa. La ‘gna Carmela, dal canto suo, approfittando dell’abbondanza della farina, preparava oltre al pane una volta la settimana, pizze, scacciate, torte dolci e salate, biscotti e quant’altro.

La casa si riempiva del calore e dei profumi del forno che rimaneva acceso a lungo. Sul fuoco sobbollivano nei pentoloni di coccio fagioli con le cotiche, fave con pezzi di lardo o si rimestava il mitico “macco”. Cibi che noi disdegnavamo, ma che dovevamo mangiare a forza. Era la regola.

Si avvicinava il Natale. Anche in campagna la tradizione del presepe andava rispettata. La pioggia aveva ceduto il passo a giornate nitide e freddissime. L’inverno era entrato a pieno titolo nel ciclo stagionale. Il vento di tramontana spargeva su colline e pianure aria di neve rubata alle cime dei monti. L’Etna aveva indossato la bianca e spessa cappa di ermellino e si presentava in tutta la sua regale bellezza. Con il berretto calato fino agli occhi, le guance rosse e le gambe livide che fuoruscivano dai pantaloni corti e che i calzettoni non coprivano, andavamo in cerca di muschio nei punti più in ombra. Per fortuna era permesso solo a noi maschi. Quelle antipatiche delle femmine rimanevano a casa col broncio. Di muschio ce n’era tanto. Stendemmo sul marmo dello sparecchia-tavola grande, coperto di fogli di giornale, quelle “toppe” gonfie e morbide di color verde brillante e vi posammo la capanna di legno costruita tanto tempo prima dal nonno. Posizionammo le casette di cartone realizzate e dipinte dalla mamma, con le finestrelle di carta velina rossa e gialla, poi disponemmo delicatamente su quel tappeto morbido le statuette di creta che il mio papà era andato a prendere a casa nostra. Lo zio Pepé, lungo come una pertica, aveva coperto lo specchio con la carta stellata che la sera alla luce traballante del lume a petrolio creava un effetto magico. Per nove sere di seguito con tutta la famiglia riunita intorno al braciere e la servitù un po’ discosta, si recitavano i misteri del Rosario in dialetto e si cantava la Novena. Per farci stare più allegri la nonna aveva fatto venire da un paese limitrofo, il primo della provincia di Messina mentre il nostro era l’ultimo della provincia di Catania, un “ciaramiddaru”. In paese venivano sempre questi pastori con la cornamusa ad accompagnare i canti della novena nei quartieri, ma mai erano entrati in casa nostra. Fu una gioia per tutti, anche per i grandi. Erano tornati gli zii e i cugini e a loro si erano aggiunti altri parenti e qualche amico. Dopo aver ascoltato quel suono melodioso intonavamo il “Tu scendi dalle stelle”, l’unico canto conosciuto da tutti, poi l’uomo passava in cucina a bere un bicchiere di vino e accettava di buon grado il pezzo di formaggio stagionato o un salume, noci, nocciole, fichi secchi e qualche biscotto “p’i picciriddi”. Metteva ogni cosa dentro il fazzoletto a quadri che portava al collo e lo chiudeva “comu na truscitedda”. Con quella e il lume ad acetilene ripercorreva a ritroso la strada dell’andata. Un’altra “minzurata” a pedi per tornare a casa. La sera della vigilia, dato il compenso pattuito al suonatore di cornamusa, la nonna lo aveva licenziato compensandolo “per il disturbo” con una cesta di vimini ricolma di vettovaglie. “Quello” compunto e oltremodo compiaciuto, ché mai nessuno l’aveva trattato con sì grande cortesia, fece per baciarle la mano che lei lestamente ritirò infastidita, mentre si scioglieva in lodi sperticate: “Grazie assai, voscenza è na santa!”. “I santi su ‘mparadisu” rispose piccata la nonna. E quello profondendosi in inchini e salamelecchi finalmente salutava: “Sabbenedica a vossia, baciamu li mani a lor signori” e spariva.Noi bambini ricevemmo i canestrini preparati con frutta secca, caramelle e dolciumi e, finalmente, si poteva giocare a tombola con i ceci e le lenticchie per segnare i numeri sulle cartelle e che sistematicamente si spostavano, cadevano a terra, si confondevano e bisognava ricominciare daccapo tra risate, litigi, rimproveri, spintoni e pizzicotti. “Fusti tu! Non è veru! Iddu cuminciau prima! Finiscila! Stativi muti…”. I premi erano cartoline illustrate, quadretti con paesaggi o figure di Santi, collanine e medagliette, quaderni e matite, guanti, sciarpe, berretti, babbucce da notte. Per i grandi, invece, c’erano libri, rosari, centrini all’uncinetto, bottiglie di rosolio e sigari, grembiuli e “mappine”, cioè strofinacci da cucina, bomboniere riciclate e altri oggetti reperiti durante l’anno.

Per la cena della vigilia, rigorosamente di magro, ma molto abbondante, abitualmente in paese, si apparecchiavano tre o quattro tavolate. Poi si tornava a giocare. Infine, appena dal campanile della chiesa grande si diffondeva il rintocco dei dodici colpi, il più piccolo della famiglia poggiava delicatamente la statuetta di Gesù Bambino nella mangiatoia.

Un rito che meticolosamente si ripeteva tutti gli anni. Erano stati approntati anche qui quattro tavoli tra la stanza da pranzo e il soggiorno, più uno in cucina per i bambini e le domestiche, che si sarebbero sedute solo dopo aver servito tutti i commensali. Al centro di ognuno di essi capeggiava un lume che spandeva una luce giallastra e allungava le ombre sul bianco delle pareti. L’odore acre del petrolio si mescolava al piccante dei cibi, al gusto del baccalà fritto e delle aringhe salate, mentre i moscherini giravano intorno al tubo incandescente e qualcuno andava a finire nel piatto magari del più schifiltoso. Ma in campagna risultava impossibile restare svegli fino a tardi. Se le spesse pareti durante il giorno trattenevano all’interno il calore del forno e delle “conche” sempre stracolme di brace odorosa di bucce di mandarino, il freddo nelle ore notturne diventava pungente. Quindi sarebbe stato meglio coricarsi per tempo e ritrovare il calore delle lenzuola riscaldate dall’alito dello “scaffaletto” o “monaco”, l’arnese di aste di legno ricurve con lo scaldino sul ripiano di zinco. E le donne di casa avevano un bel da fare a passare per tutta la sera da un letto all’altro quell’arnese.

Chiedemmo a gran voce far nascere il Bambinello prima della mezzanotte. “Non preoccupatevi” sorrise la nonna “ci penserò io e state sicuri che vi porterà i doni che aspettate”. “Ma nonna, una volta tanto si può fare uno strappo” avevano azzardato i gemelli con la voce mutata di tredicenni. “Chi cci fa si nasci prima!” aveva aggiunto qualcun altro. E mia sorella era intervenuta con una malaugurata frase che non c’entrava nulla: “Ca certu. nenti ci fa. Macari u figghiu di Cuncittina nasciu ddu misi prima. Dissiru ca era settiminu…”. Una provocazione buttata lì per pavoneggiarsi. Lei che stava ad origliare i discorsi dei grandi e ad ascoltare i pettegolezzi delle domestiche e a dieci anni già si sentiva una “signorina”. “Scostumata!” tuonò lo zio arciprete e la mamma la fulminò con un’occhiataccia. “Basta! O curcativi subitu” intimò mio padre. Lui non si intrometteva mai, ma fiutando aria di baruffa fece sentire la sua autorità. Lo zio Pepé, raggomitolato in un angolo accanto al braciere e con lo scaldino sulle gambe, sorrideva sornione sotto i baffi che non gli erano mai cresciuti. Fummo ben felici di quella soluzione, perché rischiavamo di diventare ghiaccioli.

Al mattino trovammo il Bambinello adagiato sulla paglia, i doni che Egli ci aveva portato sul tavolo sgombro dei giochi della sera prima e altri sparsi per terra. Da noi non arrivava Babbo Natale, pare che preferisse i bambini del nord, e quindi lo consideravamo come un personaggio delle fiabe come del resto la befana. Fu una giornata di festa, come sempre. Intanto lo zio arciprete si apprestava a celebrare la messa nel salotto buono. Vi assistemmo tutti, grandi, piccini e domestici. Poi di nuovo ad apparecchiare le tavole per il gran pranzo. Il tempo aveva dato una tregua e pur con il gran freddo potevamo giocare nel baglio, senza andare però nel vigneto, dove le viti non ancora potate, stendevano i tralci, lunghi e scheletrici come ragnatele sul suolo brullo e i rami nudi degli alberi alzavano le lunghe braccia nude sulla tela azzurrina del cielo. Era bella la campagna d’inverno!

Intanto era arrivato gennaio e di trovare un massaro non se ne parlava. Sarebbe stata dura restare. Ma il giorno dell’Epifania accadde qualcosa che ci riempì ancora una volta di gioia. Svegliati di buon mattino dalla mamma, anche se non attendevamo i regali della Befana; pur conoscendo l’esistenza della simpatica vecchietta, non avevamo mai appeso le calze al camino. E poi, diceva la nonna, a noi avrebbe portato solo carbone! Ma quella volta una sorpresa ce la portò.

Ci alzammo malvolentieri per seguire la mamma che ci indicava la finestra e…meraviglia delle meraviglie, lì fuori era tutto bianco! Raramente la neve cadeva in quella parte della Sicilia e difficilmente restava a lungo, ma quella notte aveva nevicato in abbondanza e ora il paesaggio si presentava imbiancato e lucido. I più piccini non l’avevano mai vista da vicino e battevano le manine estasiati dinanzi allo splendido spettacolo. I tralci delle viti si erano trasformati in una trina lieve, un merletto biancastro che si stendeva a perdita d’occhio. In cucina trovammo un’altra sorpresa. La nonna aveva riempito i bicchieri con la neve raschiata, “supra supra, chidda pulita”, e l’aveva irrorata con il vino cotto: una delizia! Intanto il pecoraro era passato a portare la ricotta “calda calda”, due “fascedde”.Disse alla ‘gna Carmela: “Una è pa signura patruna e l’autra pi don Pepé. sabbaticilla, non mi raccumannau autru, si l’ha purtari ‘n-citati”. Quella meticolosamente andò a riporne una nella “buffetta”della sala da pranzo e mise l’altra da parte “pi fari i sciauni”. “Diavolo volle” avrebbe poi detto la nonna, che all’arciprete, dopo aver recitato le lodi mattutine, fosse venuta una gran fame. “Cosa chi mai!!!” aveva aggiunto ironica. Preso un cucchiaio e sedutasi a tavola con la fiscella davanti, il vecchio prelato “incuminzò a cucchiariari” e giunto quasi alla fine ripose il contenitore nella credenza. Don Pepé dal canto suo era andato a fare quattro passi sulla neve col suo bastone di antico montanaro. Appena di ritorno chiese alla cuciniera “Hanno portato qualcosa ppi mmmia?”. E lei pronta: “Sì, voscenza binidica, vinni Tinniru ‘u picuraru e lassau a ricotta pi vossia. S’attrova ‘nto buffittuni”, la credenza grande. Egli, aprendo l’anta del mobile si avvide “del misfatto” e con tutta la flemma del suo carattere esclamò. “E sa mancianu!!!”. Ebbe le scuse da parte di tutti e l’offerta di accettare l’altra per sé, ma rifiutò. Immaginando chi fosse stato l’autore del misfatto, anche se non era trapelata alcuna indiscrezione, se ne tornò in città senza salutarlo.

La casa si spopolò nuovamente. Noi continuavamo a studiare per non perdere l’anno. La signora Ninni, una maestra in pensione che era stata chiamata per dare una mano alla mamma, era diventata la nota divertente in quel noioso scorcio d’inverno. Grassa e con un viso tondo, “na vastedda di ddu chila” a detta di Peppina, e dietro gli occhiali due occhi azzurrissimi, raccontava storie divertenti e rideva sempre; quando rideva il petto le si alzava e abbassava facendo ballonzolare le grosse mammelle. “Ddu minni quantu na cammira d’aria di ‘n-camiu” a detta della ‘gna Carmela. “Na truscia di ‘razzia di Ddiu” nel pensiero recondito del prete che però trapelava dai suoi occhi “micciusi”. Era tutto troppo divertente e imparammo molto più in quel periodo di quanto avremmo appreso a scuola. A metà Gennaio la vigna era stata potata; i “sarmenti” raccolti in fascine e portate nel palmento sarebbero serviti, spezzandoli, ad “appiccicari ’u luci” nel forno e diventare carbonella per arrostire salsicce, costolette di maiale o di agnello e molto altro. Si aspettavano “i giorni della merla” e all’orizzonte non era comparso nessun sostituto del compianto don Brasi. Verso la fine del mese, come accade spesso dalle nostre parti, si spalancò lo scenario del cielo: l’azzurro lucido, quasi accecante, avvolgeva la campagna intorno e i monti circostanti, dove la neve andava sciogliendosi, come pure i paesini incastonati qua e là sul pendio. La leggenda del merlo da bianco diventato nero era stata ancora un volta sfatata. Il sole era tiepido, le giornate si erano allungate “da strinna in poi a passu di voi” e fino all’Avemmaria “faceva lustru”, quindi potevamo giocare all’aria aperta. La signora che non voleva esser chiamata maestra, ma Ninni, vezzeggiativo di Antonietta, ci portava fuori ad ispezionare il pollaio, la stalla, a raccogliere verdure nell’orto e ci parlava di tante cose. Accompagnandoci nel vicino boschetto esordiva: “Oggi lezione di botanica!” e spiegava con dovizia di particolari tutte le curiosità che si potevano trovare in quel luogo incantato, ed erano tante.

Il tempo si manteneva bello, una falsa primavera che avremmo pagato cara, come si diceva in giro. Intanto lo spettacolo che si presentava ai nostri occhi era sempre magnifico. “’A Muntagna” poco a poco si svestiva del suo manto. Poche nuvole sfilacciate comparse sullo smalto azzurro del cielo si tingevano di rosa, poi addensandosi diventavano di un rosso intenso fino a sfumare nel viola. Prima che il sole tramontasse di colpo compariva una luna crescente e vacua. “Scenario da fiaba” lo definiva la signora maestra di città. Forse bisognava dare credito alla massima che recita “Per la candelora dall’inverno semo fora”. Oppure, e fu più veritiera, a quella che dice: “Ma se piove e tira vento dell’inverno semo dentro”. Improvvisamente, infatti, febbraio voltò pagina; girato il foglio del calendario, si presentò con la sua aria gelida “chidda ca si ‘nficca macari ‘nto cornu du voi”. Una pioggia leggera “a ssuppa viddanu” lavava la campagna brulla e sferzata dal vento batteva furiosamente sui vetri delle finestre. Nessuno di noi aveva voglia di stare ancora in campagna con quel tempo da lupi. Fortunatamente, accompagnati dal sensale, si presentarono una mattina due uomini, uno di mezz’età l’altro più giovane, avvolti in larghi pastrani. Parlavano un dialetto italianizzato, ma con una cadenza strana. Si trattennero a lungo con la nonna prima e con mio padre poi. Erano molto ossequiosi e stettero tutto il tempo seduti “’n-pizzu”alla sedia con la coppola tra le mani. Dall’espressione della nonna capimmo, o almeno sperammo, che quell’incontro potesse rappresentare la fin del lungo esilio.

Non sbagliavamo. Qualche settimana dopo, Peppina uscendo dalla cucina con le braccia aperte e additando la finestra esclamò con la sua vocina querula e stridente: “Scampauuu!!!” che nella sua dialettica non significava soltanto “ha smesso di piovere”, ma ben altro. Nel continuo altalenare del tempo invernale, come sempre si alternavano giornate cupe e ampie schiarite. Ma lei intendeva dire che quel ciclone che si era abbattuto sulla nostra famiglia, che per un certo verso era anche la sua, si era allontanato. Nel baglio stazionavano un carretto pieno di masserizie e un altro con “cantarelle di “quacina”, la calce bianca e attrezzi da muratore. Prima di portare a vivere lì le loro famiglie, i “viddani”, venuti da un paese dell’entroterra, si erano accordati per sistemare alla meglio il fabbricato che avrebbe dovuto ospitarli e qualche magazzino adiacente. In men che non si dica avevano aggiustato il tetto, imbiancato le povere stanze, ingrandito la cucina sostituendo il focolare a pietra con fornelli a legna e a carbone, rifatto il forno sotto “la ‘mpinnata”. E adesso venivano a prendere possesso della casa.

Si era nel cuore dell’inverno. L’aria era tersa, un vento prepotente schiaffeggiava le cime degli alberi alti, scompigliava le chiome alle palme, scuoteva la grande magnolia e, attraverso centinaia di spifferi, entrava in casa. Giravamo per le stanze come anime in pena, la sciarpa intorno al collo e il berretto in testa, le mani e i piedi che “friggevano” per i geloni. Non c’era verso di poter combattere quell’ondata di gelo. Non che in paese le cose andassero meglio, in nessuna abitazione c’era il riscaldamento, ma noi almeno avevamo dei bagni decenti e soprattutto “esisteva” la rete elettrica. Inoltre potevamo riprendere le nostre abitudini e avremmo ritrovato i compagni di scuola.

Dopo sei lunghi mesi facemmo ritorno in paese. Nei miei ricordi, pur con tutti i disagi, il freddo pungente, la mancanza della luce elettrica… quell’inverno del 1951 sarebbe mi rimasto scolpito dentro come uno dei periodi più belli della mia infanzia felice.

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