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Il Sigillo di Sarca

Simona Cremonini

Venisti da Me affrontando da sola il viaggio a cavallo fino al mio tempio, in questa Valtenesi che mi aveva accolta dopo la mia fuga dall’Olimpo e dopo l’aggressione del gigante Tifone che aveva tentato di destituire mio padre Giove.

Tuttavia non fu il tuo pianto d’amore a scuotermi, ma il dono che portasti con te, perché avevi ascoltato tua madre, Minicia: un virgulto di vite, raccolto dalla vecchia vigna dove tuo padre era morto. Non solo scegliesti qualcosa di così prezioso per te, ma lo racchiudesti con cura in un sacchetto di lino pieno di terra perché non si rovinasse e rimanesse nutrito e forte. Quando giungesti alla mia Rocca, dopo averne risalito il crinale, ti inginocchiasti davanti al mio tempio e scavasti a mani nude, per piantarlo. Il canto della mia strige, la civetta che è il mio simbolo, ti spaventò, facendoti sussultare e scuotere più volte, ma non demordesti finché non ritenesti che le radici avrebbero potuto attecchire con successo.

 

«Minerva, grande Dea, tu che proteggi gli oppressi, libera il cuore di Catullo dal suo giogo, riporta il mio poeta a me dalla degenerata Lesbia che lo ha rapito a sé, fino a Roma...» Lacrime ti rigavano il viso, avevi nell’animo il peso di un amore che non sarebbe mai stato ricambiato. «Riporta il cuore del mio Catullo a Sirmione, lascia che io possa mostrargli di nuovo un amore puro e onesto contro la corruzione della sua amante romana».

Restasti poi con il capo chinato, come se attendessi che Io dialogassi con te, che rispondessi alle tue parole con altre parole. Ma Io decisi che non l’avrei fatto, non subito almeno. Sapevo che cosa avrei dovuto dirti, ma anche che quel potere che mi chiedevi non sarebbe stato sufficiente per riavere il tuo amato nel modo in cui lo desideravi.

Quando la mia civetta posò i propri artigli ruvidi sulla tua veste, sulla tua spalla, ti vidi sussultare e poi tremare per tutto il corpo: è questo l’effetto che hanno sulla gente le creature della notte, le mie striges, perché Io sono la Dea delle arti, della protezione, dei talenti e di ciò che è plasmato con le mani, ma Io sono anche la Dea della mente, della luna più tenebrosa che forgia i pensieri e le idee, in quello stesso buio che ha due facce, perché affascina e terrorizza.

«Quinzia».

Il tuo cuore ebbe un tuffo ma smettesti di rabbrividire, forse rincuorata dal sentire la mia voce come avevi sperato.

«Il cuore del tuo Catullo non può tornare a te» ti confessai. «Perché non è mai stato... veramente con te».

Percepii i tuoi pensieri fermarsi, come se stessi valutando la mia risposta, cercando una via d’uscita dal suo significato.

 

Ti servì un po’ di tempo per comprenderlo a pieno, poi la tua mente compose un «no»che la tua bocca non voleva emettere e il tuo corpo iniziò a scuotersi, le tue lacrime a scorrere di nuovo, in un singhiozzo muto, mentre la mia strige posata su di te ascoltava tutto, in silenzio.

Solo allora proseguii con il resto. «Tuttavia...»

Attesi che i tuoi sussulti si placassero, che ti rendessi conto che la Dea ti aveva accolto e avrebbe fatto il possibile per esaudire i tuoi desideri, perché il tuo dono era stato apprezzato.

«Tuttavia» ripresi «posso creare un legame eterno tra te e Catullo, qualcosa che Lesbia non avrà, perché non le verrà concesso di averlo».

Dopo esserti calmata, mentre tenevi ancora lo sguardo a terra, sentivo che finalmente eri pronta a fare quanto necessario.

«Farò qualsiasi cosa... Qualsiasi» dichiarasti.

 

«Posso stringere un legame tra te e Catullo che Lesbia non può spezzare, un legame di carne e sangue che diverrà eterno grazie al patto con Me».

Non fiatasti. Trattenevi addirittura il respiro, per non rischiare di interrompermi.

«Posso far crescere in te una figlia che nei secoli, di figlia in figlia, continuerà a testimoniare un vincolo tra te e Catullo. Ma devi decidere subito... la luna sta cambiando».

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