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Il Professore

Giovanni IERFONE

Per scrivere del professore con un certo margine di fondatezza, credo sia necessario scartare ogni luogo comune. Dire ciò che non era piuttosto che riportare chi fosse (nella presunzione di saperlo) e che cosa rappresentasse. Procedere per successive sottrazioni e negazioni, nel rifiuto ironico del mondo.

E. Allora.

La prima volta che incontrai il professore era avvolto in un gran mantello nero. Si notavano gli occhi chiari e la bella barba bianca a mezzaluna. Aveva il bastone con il pomo d’argento e non portava il famoso cappello di paglia di Firenze.

Non so quali progetti vagheggiasse nell’ultimo periodo. Era sempre stato autosufficiente. In gioventù aveva girato il mondo con la nave. So, per esserne stato anche io piccola parte, che la sua vita fu segnata da un’attività frenetica costante. In apparenza, senza grandissime ragioni.

Appunto: un lungo viaggio in corriera nella notte da Roma a Palinuro. In tre. Io. Il professore. “La dolce compagna”, clandestina non desiderata.

Sono convinto che il professore, in un certo senso, avesse preconizzato la malattia (“il destino è dentro di noi”). Voglio dire, il tumore al colon era una verità da sempre intimamente avvertita, ma alla quale non voleva sottostare. La consapevolezza che stava spegnendosi a poco a poco per un cancro all’intestino si era sviluppata solo a cose fatte.

La conferma è nel “Diario provvisorio” elaborato nelle notti senza sonno tra il manifestarsi delle crisi e lo stillicidio della chemio.

Poi, viene il resto. La docenza all’università. L’impegno politico. Gli scritti. I suoi libri. Il teatro dramma farsa commedia degli incontri, le conferenze, i premi. La corte dei miracoli che lo assediava. La convivenza con le molte incarnazioni del potere: vissuto come un gioco libero, osservato con indolenza dalla poltrona dello studio sul Tevere.

E. Pure.

In fondo all’anima decantava un malessere sempre più diffuso, come una piaga in decomposizione. Una sorta di pomfo molle e gialliccio dello spirito. Un segno. O un presagio. Comunque un marchio.

La cecità per Borges. La pazzia per Campana. Il nanismo per Petruccianì. Il carcinoma per il professore, la dolce compagna.

Chi sa perché, il professore mi ricorda Hemingway; e l’attacco placido di “Il vecchio e il mare” è un po’ come “Maria e il vecchio”, il secondo romanzo della sua trilogia. Forse perché gli archetipi si somigliano un po’ tutti e sono un po’ di tutti. Come le ossessioni.

La sua, in assoluto, era il mistero. Anche verso la fine.

“Ho sempre pensato al corpo con affetto padronale” mi diceva. “Adesso la malattia mi ha fatto capire. C’è dentro di noi fisicamente qualcosa che non si misura e non si pesa. Io lo chiamo mistero”.

Che il professore percepiva con angoscia, credo.

“Per uno scrittore, lo scrivere è un verificare e rendere concreta la vita drammatica che trascorre”. Processo che si sforzava di alleviare con il vitalismo e l’ironia, il senso del ridicolo, la provocazione del dandy o lo sfottò dell’intellettuale.

Talenti che lo resero odioso. La cultura reazionaria e il mondo accademico parruccone fecero il resto. La testimonianza è in “Ipotesi per l’intellettuale integrato”. Indicate a piacere una, una soltanto, antologia che lo contenga. Elencate, se ci riuscite, una sola silloge di autori importanti che lo ricordi.

Poi.

Il sindacato. Che non nacque come organo intelligente di regime. Che non rappresenta la protesi dinamica di un partito. Che non è organico o coeso. Ma adesso? Adesso il professore è assente. Assenza giustificata. E che vuol dire?

Il professore che io ricordo ha settant’anni, su per giù. Ha l’aspetto di un George Bernard Shaw con la barba più curata e la sua stessa geniale malizia. Ha superato la fase creativa incontinente. Ora vive senza l’ansia aggressiva del consenso, senza l’obbligo di pensare al grande mistero di vivere. Forse non ha detto tutto ciò che gli premeva. Con il suo segreto custodito nel cappello di paglia di Firenze è come un’ape che ha raccolto molto miele e lo dispensa agli uomini perché siano felici nella loro pazzia.

E. Poi.

La morte. Teatro dramma farsa tragedia in molti atti.

Prologo. La scomparsa della moglie. La dolce compagna (“mi ha tolto persone che amavo”).

Atto primo. L’isolamento progressivo (“mi ha lasciato solo nel treno freddo”).

Atto secondo. La perdita (“mi ha levato la spensieratezza”).

Atto terzo. La costrizione (“mi obbligherà a scendere dal vagone dove, malgrado tutto, ci vivo bene”).

Epilogo. “Addio, mia bella addio, che l’armata se ne va…”.

Il vagone del professore era una stanza. Piccola. Ovattata. Piena di libri. Alle pareti maschere funerarie di re antichi. La scrivania in radica da commodoro. La collezione di orologi. I suoi quadri. Qualche ritratto.

L’immagine è imprecisa. Indossa un caftano… o forse è una mantellina, o un poncho, grigi. Non porta il cappello di paglia di Firenze. Discorre con un’allieva alla scrivania da commodoro. Sorride. Indica, tra i libri, uno spazio ricavato per far posto alle medicine. Tante. Di tanti colori. Sembra fiducioso…

Fu l’ultima volta che lo vidi.

Così, quando di notte i cani del vecchio abbaiano alla luna e la sedia a dondolo del maestro ondeggia lentamente e proietta la sua lunga ombra sulle montagne, che non stanno a sentire né a vedere, ma sopportano silenziose… allora, mentre tutto il resto tace, e sulle cose, sugli uomini, sulle bestie il silenzio stende l’ampio suo mantello occultando il mondo agli occhi della morte, penso al professore. Penso al vecchio, stanco, professore che riposa tra le ossa della terra.

Ripenso perfino al professore…

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