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IL PAESE DI QUEL CHE NON C'E' PIU'

RITA CALEFFI

Visto tutto questo e iniziato a realizzare che ancora una volta avevo, probabilmente, anche commesso un errore, decidendo di partire; preso atto, poiché occorrono anche le stelle cadenti, le crepe, che creano profondità e la musica dell'universo ha bisogno delle distorsioni di una chitarra, che l'errore e la conseguente mortificazione dovevano essere evidentemente un altro dono nella mia vita, cominciavo a stare meglio.

 

 

Questa sera mi attacco alle note perché picconino il vetro. Perché ricreino la profondità nella quale entrare. Il fatto è che quel giorno qualcosa deve essere accaduto. Il sussulto, il turbinio della terra - mentre arrancavo per stare in piedi, per uscire, per capire - mi ha frantumato ed è come se mi avesse scagliato in ogni direzione. E questi frammenti di me sono rimasti lì, quando la pace è tornata, a fluttuare senza toccare il suolo. Dunque, io non sento più di avere un luogo d'appartenenza, bensì un areale.

 

E del resto, ciò si addice a uno scenario che si è popolato d'uccelli. Perché gli uccelli arrivano quando ci sono i ruderi. Dove c'è silenzio, dove c'è desolazione.

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