Kaikeyi. L'evoluzione di una eroina indiana: dal Ramayana ad Amreeta Syam

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Disposta a tutto, docile, obbediente, paga di considerare lo sposo come un dio e, all’occorrenza, disponibile a farsi umilmente da parte, a favore d’un’altra sposa, se non è in grado di generargli il desideratissimo figlio maschio; pronta a sacrificarsi, anche fisicamente (alludo al tragico rituale dell'(auto) immolamento della vedova, detto sati o, all’inglese, suttee), per mantenere inossidabile l’onore della famiglia e dar prova di incondizionata fedeltà; capace di sopportare l’onta di non essere considerata in grado di fruire dei testi sacri perché “l’intelligenza di un donna sta nei suoi calcagni” come recita un eloquente proverbio bengalese, e soprattutto in quanto considerata possibile fonte (se non capace di stare nei sui ranghi vuoi per nobile, autonoma, scelta, vuoi per l’attentissima custodia del marito) di incontrollabile e spregiudicata lussuria, nonché falsità d’animo, ipocrisia, gretta attenzione per i propri egoistici interessi. Così la donna nell’India antica e classica – ma, in certa misura, oggi ancora.

Un viaggio nel viaggio, quello dalla Tradizione sino ai giorni nostri. Il viaggio infinito dell’uomo che si ripete nelle vite di ognuno, che siano cicli di ere o di samsara, ossia rinascite. A centro del viaggio una donna, la regina Kaikeyi che vuol mostrare la condizione femminile nell’ambito familiare e sociale ora come allora, difficile ed irrisolta. Un cammino impervio che più o meno coinvolge, ancora oggi purtroppo, le donne di ogni paese e nazionalità.

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